Americani a Roma. L’Urbe vista dai classici della letteratura


Nella settimana in cui un americano (bendato) a Roma ha fatto parlare l’ guardiamo a come alcuni libri classici della letteratura americana hanno dipinto la Capitale, da Henry James a Jumpa Lahiri

(foto: David Lees/The LIFE Picture Collection via Getty Images/Getty Images)

La foto di un ragazzo americano bendato, buttato lì su di una sedia di caserma come una statua di sabbia, ha fatto il giro del mondo, segnando questa settimana altrimenti concessa a spensierati esodi vacanzieri. Si chiama Christian Gabriel Natale Hjorth, un nome che gli varrebbe un romanzo (di John Fante?), se non gli valesse, ahilui, anche un atto giudiziario pesante. L’uccisione del carabiniere Cerciello, a seguito della colluttazione con i due americani a Prati, è stata un crocicchio di fake news, deliri populisti di un paese (il nostro), allarmi per una Roma degradata fino all’osso. E ovviamente anche spropositi sul gap culturale tra l’America e l’Italia. Roma però non è certo mai stata un’Arcadia – come si diceva un secolo fa – per i rampolli d’America di un tempo, così come per gli spring breaker di oggi. 

Vengono in mente i guai che, a partire dalla sua residenza romana, combina e subisce il giovane scultore Roderick Hudson nell’omonimo romanzo di Henry James – e sì che sua madre l’aveva avvertito, pigolando nella sua voce puritana, che Roma era luogo di peccato! James è stato un grande maestro di orditi tragici inscenati nel Bel Paese: si pensi anche al ruolo del palazzo romano Roccanera di Gilbert Osmond, uno dei villani più belli storia della letteratura (nonché sposo della protagonista del Ritratto di signora, Isabel Archer); un palazzo tenebroso usato come camera di torture psicologiche a discapito dell’eroina Isabel.

Sovente, fin dall’oggi un po’ antiquato Nathaniel Hawthorne e il suo Fauno di marmo (l’ultimo libro pubblicato dallo scrittore, la cui trama orbita intorno a un gruppo di artisti stranieri che vivono a Roma), la Capitale è rovina di spettri atavici – e piena, per giunta, di malattie – che nemmeno la peggiore tradizione del gotico americano avrebbe potuto immaginare. È a Roma che i personaggi del romanzo italiano dell’autore de La lettera scarlatta si trovano a congiurare un crimine che si consuma sulla Rupe Tarpea.

Se a veder Napoli poi si muore, a visitar Roma non è che ce la passiamo meglio… e ce lo insegna l’eccellente fumetto italiano Mercurio Loi, ambientato nella Roma pontificia di poco precedente la vacanza di Hawthorne in Italia. Qui il protagonista, come è risaputo, approfondisce i misteri dell’Urbe del 1826 tra cospiratori, sette segrete e personaggi alquanto strambi.

Roma, certo, rappresenta l’Italia intera, è un Paradiso che è tesoro e trappola assieme, pernicioso e diabolico per lo straniero che parla inglese, fin dai primi Grand Tour. Anche nel Novecento scrittori come Hemingway, Faulkner, il Malamud del racconto romano tragicomico Le scarpe della domestica, ed anche – sebbene non americano di nascita, ma ascrivibile a quell’area – l’autore di Sotto il Vulcano Malcom Lowry, hanno narrato l’Italia e la Capitale come scenario problematico, criminoso, di racconti di crisi e delirio dei loro personaggi, quasi sempre soggetti a strani influssi. Lowry, nella raccolta Ascoltaci Signore (uscì tradotto per Feltrinelli negli anni Ottanta, per poi sparire), pubblicò un racconto romano, Strano conforto offerto dalla professione, un testo semi-autobiografico scritto come molti degli altri in che tratta delle ambasce e dannazioni – causate anche dall’alcolismo rivelato – del suo alter-ego Sigbjörn Wilderness. Il mediocre scrittore Wilderness, influenzato dalla visita alla casa-museo di John Keats, quella casina rossa accanto alla scalinata di Piazza di Spagna, si trova a ripensare la sua vita e carriera, con tinte molto fosche e strane premonizioni, fino a (quasi?) soffocare nella scena finale (scusate lo spoiler). 

Recentemente la scrittrice americana Jumpa Lahiri – che coi suoi destini incrociati familiari pare rispolverare plot à la James aggiornandoli all’America contemporanea delle seconde generazioni – ha dimostrato di conoscere bene cosa Roma e l’Italia possano suscitare. Vi ha dedicato anche racconti mirabili. In uno dei racconti romani del libro Una nuova terra – che traduce parzialmente il titolo originale ben più instabile e bello di Unaccustomed Earth – i due protagonisti Hema e Kaushik si ritrovano e amano a Roma, sapendo però di dover andare in contro al proprio, diviso, destino tragico verso l’Oriente. Roma è luogo di scelte e separazioni difficili. 

È però la Lahiri stessa che, quasi a mo’ di redenzione di questi crocevia terribili raccontati e subiti dagli americani in Italia, ha dedicato un lavoro di ricerca sul racconto stavolta italiano, nella sua curatela Penguin da poco uscita in traduzione per Guanda, Racconti italiani. Una ricerca encomiabile, in cui l’autrice ci guarda sia da fuori (come straniera) sia da dentro (come autrice oramai bilingue), ricca di voci diversissime e recuperate per il lettore in lingua inglese, come Alvaro, Arpino, Bontempelli, D’Arzo, De Céspedes, Delfini, Savinio… E come qualcuno ha fatto notare, la Lahiri, romana d’adozione, non solo ha liberato l’Arcadia italiana dall’incanto terribile che portava a guardarla da una costante meraviglia, ma ci ha donato una visione finalmente non-romanocentrica della letteratura italiana.

Potrebbe interessarti anche





Source link