Come sta l’economia ucraina a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala? Cosa succede nel grande paese dell’Europa orientale, mentre i negoziati di pace procedono troppo lentamente? Il piano di ricostruzione Build-back-greener, build-back-better sembra essere invariato. Il principio secondo il quale l’efficienza energetica viene prima di tutto resta il perno della crescita. La produzione agricola gioca sempre più con le regole del mercato europeo. E La transizione energetica resta strategica per il 2026. Un avanti tutta nella stessa direzione promessa all’ultima conferenza sul clima, la Cop30 di Bélem.
Qualche settimana dopo l’annuncio, continui cambi di scenario e dichiarazioni di pace mai concretizzate, Wired Italia ne ha avuto conferma direttamente da Andrii Kitura, direttore dello Sviluppo presso DiXi Group e responsabile dell’Ufficio per la Transizione verde presso il ministero dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Agricoltura dell’Ucraina.
“Naturalmente, i termini dell’accordo di pace e lo stato dell’economia al termine della guerra influenzeranno il ritmo e le priorità immediate a breve termine della ricostruzione – ha risposto – ma l’obiettivo finale e gli obiettivi a lungo termine rimangono invariati”. Il piano ucraino resta lo stesso, ma non resta su carta o congelato. Quanto annunciato a Belém, infatti, è stato solo il trailer di una dettagliata e determinata strategia poi presentata in un incontro ad hoc. Un’intera giornata in cui istituzioni e società civile ucraina hanno raccontato i prossimi passi concreti della politica climatica del Paese. Ecco i cinque principali e confermati.
5 punti della transizione ucraina
1. Al via il mercato del carbonio
L’Ucraina non aspetta la pace per mettere un prezzo alle emissioni. Il sistema di scambio di quote di emissione (Ets, Emissions Trading System) nazionale avanza con forza, come ha annunciato il viceministro per l’Economia, l’Ambiente e l’Agricoltura Pavlo Kartashov definendolo “uno strumento chiave per rendere le industrie più sostenibili e meno dipendenti dai fossili russi”. Oltre 1.200 impianti sono già stati mappati, si stanno formando le figure di verificatori e intanto si testa l’iter di monitoraggio coinvolgendo aziende nazionali e non. I proventi verranno riciclati in innovazione verde, seguendo il modello tedesco (48% al Fondo per l’innovazione). Il messaggio di tale operazione deve essere chiaro: pagare per inquinare diventerà un’opportunità di investimento, in stretta sintonia con l’Eu Ets (European Union Emissions Trading System) – e cruciale per mitigare l’impatto del Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism) europeo che entra a pieno regime nel 2026.
2. Un miliardo e mezzo per la decarbonizzazione
Sulla stessa linea insiste anche il fondo nazionale per la decarbonizzazione, passando dalla teoria alla pratica. Con circa 30 milioni di euro già stanziati (e altrettanti previsti nei prossimi mesi), l’obiettivo è quello di sostenere decine di progetti monitorati. Non si tratta solo di tagliare emissioni – già ridotte del 94% nei settori industriali grazie a fondi prebellici – ma di “ricostruire in modo rigenerativo”, evitando le enormi perdite energetiche causate dalla guerra. Kartashov lo precisa chiaramente, aggiungendo che il fondo sarà alimentato anche da riforme fiscali sul carbonio, per attrarre capitale privato. Il disegno completo mostra un circolo virtuoso che collega direttamente il prezzo delle emissioni al finanziamento della ricostruzione verde.
3. L’Ucraina venderà “green” al mondo
Per monetizzare le riduzioni, una volta che l’Ets sarà pienamente operativo, il governo ucraino ha in mente un Registro nazionale del carbonio, accompagnato e supportato da progetti pilota che seguano le regole dettate dall’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi e mostrino “diano il via”. Validazione pubblica e internazionale, monitoraggio verificato e crediti venduti all’estero, con memorandum già firmati con Giappone e Svizzera: questo è il piano presentato per il 2026. Dal mercato interno al mercato globale, il passo è breve e per compierlo agilmente ci sarà un sistema completamente digitalizzato, da realizzare con il supporto di Undp (United Nations Development Programme). Il governo afferma di voler puntare soprattutto sulla cattura di metano in agricoltura ed energia rinnovabile. In una formula: meno emissioni, più sicurezza energetica, più risorse per la ricostruzione.
4. La leva del cambio è l’educazione
Nessuna transizione dura senza cambiare mentalità. Da questa consapevolezza condivisa in modo trasversale da istituzioni e società civile, l’educazione ambientale emerge come “il nuovo pilastro nazionale della transizione” spiega Kartashov . Già quest’anno saranno introdotti curricula scolastici e professionali standard europei, con focus sui “green jobs”. Tetiana Sakharuk, direttrice di Un Global Compact Ucraina, ha aggiunto dettagli sulla sensibilizzazione sul fronte aziendale. Raddoppieranno le imprese coinvolte in corsi Esg (Environmental, Social and Governance), con programmi specifici per i giovani lanciati già durante Cop30 perché “la consapevolezza climatica diventa competenza strategica”.
5. Comunità al centro del Paese
Disegnare il quadro di transizione nazionale non basta. Sia Kitura che Pavlo Kartashov dopo averne presentato i tratti principali, spostano l’attenzione sui piani integrati clima-energia e sul loro forte accento regionale. Quest’anno sarà ancora più spiccato perché si stanno consolidando strategie settoriali e collaborazioni e accordi diretti con sindaci e amministratori locali. Portare le politiche verdi nei territori è la priorità, è l’unica strada efficace per ridurre vulnerabilità creata da mine e infrastrutture distrutte. L’obiettivo è eliminare duplicazioni e frammentazioni: “Solo una coordinazione chiara può sbloccare i progetti” afferma Kartashov. Kitura stesso ribadisce la volontà di puntare “su un sistema energetico decentralizzato, basato principalmente su fonti di energia rinnovabile e sull’energia nucleare”. E massimo impegno “nella dismissione graduale del carbone e del gas naturale, andando a ricostruire la nostra industria, tenendo conto delle tecnologie a basse emissioni di carbonio nella metallurgia, nella chimica e nel cemento”.
Queste cinque mosse non sono annunci. Sono cantieri aperti in tempo di guerra. L’Ucraina scommette che decarbonizzazione e resilienza siano la stessa cosa: un modo per ricostruire meglio, liberarsi dai fossili russi e negoziare da una posizione di forza. Gli investimenti necessari per la neutralità climatica al 2050 sono stimati in 1 trilione di euro. Come ha detto Kartashov: “la decarbonizzazione non è un’opzione, è una responsabilità verso le generazioni future”.


