Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco coordinato contro l’Iran. La mappa della sicurezza energetica europea è stata ridisegnata in meno di dieci giorni di conflitto. L’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio e quasi un terzo del gas naturale liquefatto (gnl) scambiato a livello globale; il principale impianto di gnl al mondo, a Ras Laffan in Qatar, ha interrotto la produzione dopo l’esplosione di un drone iraniano; il prezzo del gas ad Amsterdam è schizzato del 60%, toccando i 60 euro al megawattora, livelli che non si vedevano dall’agosto 2022, nel pieno della crisi provocata dall’invasione russa dell’Ucraina.
Lo shock arriva in un momento paradossale. A gennaio, l’Unione europea aveva approvato un regolamento che fissa al 2027 l’uscita definitiva dal gas russo, via gasdotto e gnl. Le fonti rinnovabili avevano appena superato per la prima volta i fossili nella produzione elettrica europea, secondo dati Ember. Bruxelles celebrava la fine della dipendenza dalla Russia. Ma la guerra in Iran ha messo a nudo una fragilità più profonda: per affrancarsi da Mosca, l’Europa ha costruito una nuova architettura del gas fondata in larga parte sul gnl, esponendosi a mercati globali e colli di bottiglia geografici altrettanto vulnerabili.
Ci risiamo, l’Europa teme un cortocircuito energetico
Oltre metà del gnl importato dall’Ue proviene dagli Usa
Secondo un’analisi del think tank olandese Clingendael, nel 2025 le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti verso l’Europa sono cresciute del 61% in un solo anno. Complessivamente, oltre metà del gnl importato dall’Unione europea proviene dagli Stati Uniti. Una quota salita al 64% a gennaio 2026, secondo la Commissione europea e che ridurrebbe i rischi legati direttamente alla Russia. Questa scelta, però, espone l’Europa a una nuova “dipendenza”. I rischi non sono più teorici: lo shock provocato dalla guerra in Iran ha dimostrato che il prezzo del gnl, legato ai mercati globali, può schizzare in pochi giorni, con effetti immediati sulle bollette e sui costi industriali. Secondo gli analisti di Oxford Economics, le interruzioni delle forniture dal Qatar potrebbero costringere gli acquirenti asiatici a competere più aggressivamente con l’Europa per accaparrarsi il gas disponibile (che potrebbe arrivare addirittura al prezzo di 100 euro al megawattora), rendendo più difficile riempire gli stoccaggi in vista del prossimo inverno.
Inoltre, per garantirsi le forniture, i paesi europei starebbero firmando contratti di lungo periodo e investendo in nuovi terminali di rigassificazione: infrastrutture pensate per funzionare per decenni, che rischiano di prolungare l’uso del gas ben oltre gli obiettivi climatici fissati dall’Unione.
Una transizione a doppia velocità
Il punto, quindi, non è solo sostituire un fornitore con un altro. È la natura stessa della traiettoria europea. Bruxelles accelera su rinnovabili, elettrificazione e decarbonizzazione industriale, ma continua a considerare il gas, dunque una commodity fossile, un pilastro della sicurezza energetica. La guerra in Iran ha reso tangibile questa contraddizione: una transizione a doppia velocità in cui il sistema del futuro avanza, mentre quello del passato, lungi dall’essere un semplice residuo, si rivela un punto di vulnerabilità strutturale.


