Le antiche tavolette romane, rinvenute quasi 100 anni fa in Belgio, contenevano messaggi destinati a essere persi nel tempo, ma che oggi sono tornati leggibili. A riuscire a decifrarle è stato di recente un team di ricerca internazionale guidato dal Museo Gallo-Romano di Tongeren, in Belgio, che ha stabilito come questi testi fossero stati scritti nell’insediamento romano di Atuatuca Tungrorum e riguardassero sia atti ufficiali che esercizi di scrittura, offrendo così una finestra sul mondo del passato finora sconosciuta. La loro scoperta è stata pubblicata sulle pagine della rivista BrepolsOnline.
Le antiche tavolette romane
Note in latino come tabulae ceratae, le antiche tavolette romane sono state scoperte nella prima metà del XX secolo, con un secondo gruppo scoperto nel 2013, e oggi conservate nel museo archeologico della città di Tongeren. Si tratta, in sostanza, di tavolette di legno con testi incisi su uno strato di cera sovrastante, spesso un millimetro, che gli antichi romani gettavano nei pozzi per assicurarsi che nessuno potesse leggere ciò che vi era scritto. “Questi rari e delicati reperti sono notevoli non solo per l’eccellente stato di conservazione, ma anche perché recano iscrizioni con resti di testi, un tempo incisi su uno strato di cera sovrastante, che, a un occhio attento, possono ancora essere decifrati”, si legge nello studio.
Sotto la cera
Sebbene lo strato di cera utilizzato per scrivere è oggi scomparso, infatti, le incisioni hanno lasciato una pressione sufficiente sul supporto di legno da lasciare tracce dei testi sul legno stesso, permettendo così ai ricercatori di scoprire che provenivano dall’insediamento romano di Atuatuca Tungrorum. “Il legno, con le sue venature naturali, era completamente secco”, ha raccontato l’autore Markus Scholz in una dichiarazione alla Goethe-Universität di Francoforte. “Distinguere tra le scanalature che facevano parte di una lettera e quelle causate da crepe, danni o dal fenomeno di essiccazione stesso è stato estremamente impegnativo”. Il processo di decifrazione, infatti, è stato molto complesso e meticoloso e per riuscirci gli autori hanno usato tecniche di paleografia, filologia, onomastica, analisi delle cere, identificazione delle specie legnose e visualizzazione della scrittura mediante imaging a riflessione multipla. Inoltre, poiché il legno era progettato per essere riutilizzato, i testi presentavano numerose sovrapposizioni, complicando ulteriormente la decifrazione.
I resti dei testi
Grazie a queste tecniche, i ricercatori sono riusciti a scoprire che circa la metà degli 85 frammenti presi in esame conservava tracce di scrittura identificabili, rivelando prove del fatto che nelle province romane si ricoprivano alte cariche politiche, tra cui la menzione di un magistrato noto nell’Impero romano come decemviro, la presenza di littori, guardie del corpo di funzionari di alto rango e che alcuni veterani vivevano lì dopo aver prestato servizio nell’esercito romano. Sono emersi anche esercizi di scrittura degli studenti (per lo più l’ultimo utilizzo delle tavolette già usurate) e una bozza di iscrizione per una statua del futuro imperatore Caracalla del 207 d.C. “Le tavolette non solo forniscono informazioni concrete sulle pratiche religiose, giudiziarie e amministrative, ma migliorano anche la nostra comprensione dei complessi processi di romanizzazione e latinizzazione nelle civitates e nei municipi nordoccidentali dell’Impero romano”, si legge nello studio.

