La crescita delle infrastrutture digitali è considerata da anni un obiettivo fondamentale per sostenere quella di qualsiasi paese. Tra processo di digitalizzazione e corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, poter fare affidamento su una solida piattaforma tecnologica è considerata una priorità da tutti.
L’Italia, in questo ambito, finisce sistematicamente per vestire i panni del “brutto anatroccolo” d’Europa. Ma abbiamo davvero un problema di infrastrutture tecnologiche? Probabilmente sì, ma diverso da quello su cui solitamente si concentra l’attenzione. Internet è molto più complessa di quanto si pensi. La grande rete, che siamo abituati a considerare una sorta di “monolite”, è in realtà un complesso mosaico composto da operatori che collaborano e interagiscono tra loro. In Italia, questo aspetto è ancora più marcato.
L’iniziativa ARGO, presentata il 10 dicembre dai consorzi che gestiscono due tra i più importanti Internet Exchange nel nostro paese e che punta a una federazione di servizi, offrel’occasione per mettere a fuoco la situazione italiana e le strategie per potenziare le infrastrutture indispensabili per la crescita dei servizi digitali sul territorio.
Primo passo: abbandonare le false percezioni
Quando si parla dello sviluppo delle infrastrutture digitali in Italia, solitamente ci si concentra sulla copertura della banda larga. Il vero problema, secondo gli addetti ai lavori, non è però quello dell’accesso alla rete.
“L’Italia sotto questo punto di vista non sconta grossi ritardi e, a livello europeo, la presenza di fibra è sopra la media degli altri paesi” spiega Maurizio Goretti, CEO di Nautilus Mediterranean Exchange Point (NAMEX). “Quello che serve è riuscire a fare in modo che siano disponibili i servizi che servono alle aziende per sfruttare le potenzialità del digitale e che le infrastrutture garantiscano prestazioni adeguate. Arrivare alla copertura capillare in alcune aree, in ogni caso, rimane la sfida più impegnativa da vincere”.
La conferma delle parole di Goretti arriva dal fatto che la domanda da parte dei privati per la connessione a banda ultra-larga sia a oggi ancora deludente. “In molti casi gli utenti residenziali riescono ad accedere tranquillamente ai servizi che usano sfruttando le vecchie connessioni su doppino di rame” sottolinea. “È evidente che, in questa prospettiva, la spinta commerciale verso la fibra stenta”.
Uno dei temi sottolineati è che l’attenzione si concentra troppo spesso sulla larghezza di banda. “Le tecnologie evolvono e anche i servizi che un tempo consideravamo più affamati di dati richiedono progressivamente una minore disponibilità di banda” nota Andrea Casalegno, direttore esecutivo del TOrino Piemonte Internet eXchange (TOP-IX).
Un esempio piuttosto rappresentativo è quello di servizi in streaming video. Nella pagina di supporto di Netflix, per esempio, i requisiti minimi per lo streaming di massima qualità a 4K sono fissati a 15 Mbps. Una velocità che si raggiunge tranquillamente con una connessione Adsl fiber to cabinet, cioè senza portare la fibra direttamente nell’abitazione.
La vera sfida è la latenza
Sotto il profilo delle prestazioni, l’attenzione di chi usa le infrastrutture digitali “sul serio” si concentra piuttosto su altri aspetti, come quello dei tempi di risposta. “Il delay è uno dei fattori che influenzano maggiormente la qualità dei servizi” spiega Casalegno. “Non è un caso che i content provider stiano cercando di distribuire il più possibile le infrastrutture per ridurre la distanza dagli utenti, collocandoli in data center più vicini”.


