Bitcoin e criptovalute, l’energia sta diventando il vero nemico



Da Wired.it :

Negli ultimi mesi le interruzioni delle centrali a carbone hanno costretto il governo a importare gas dall’estero. Dopo diversi blackout la nazione balcanica ha ora deciso uno stato di emergenza di 60 giorni durante i quali prevede di imporre tagli energetici a case e aziende. Il divieto di mining di bitcoin è al centro della campagna per superare questa crisi energetica e le forze di sicurezza kosovare in questi giorni hanno già sequestrato centinaia di apparecchiature per l’estrazione di criptomonete. In seguito a questi sviluppi il valore del bitcoin è crollato a 36mila euro, il valore più basso da mesi.

L’escalation in Kazakhstan

Anche le recenti proteste anti-governative in Kazakhstan si sono rivelate in parte legate all’estrazione di bitcoin. Da quando la Cina ha messo fuorilegge la produzione e la commercializzazione di criptovalute, molte aziende e attori del settore si sono spostati proprio in Kazakhstan per sfruttare una regolamentazione favorevole, un contenuto costo dell’energia e una temperatura intorno allo zero, ottimale per il raffreddamento dei computer deputati al mining. Si stima siano giunte dalla Cina circa 90mila macchine per estrarre bitcoin.

La nazione dell’Asia centrale è in fretta arrivata a essere la seconda al mondo per produzione di bitcoin, minando il 18% della valuta. Questo exploit ha comportato di pari passo anche un aumento dell’utilizzo dell’energia dell’8% dal 2021. Una situazione che, complici anche in questo caso i numerosi blackout, ha indotto il governo ad aumentare i prezzi della corrente, portando così la gente in piazza a protestare. Non solo: le autorità hanno promesso un stretta sulle attività di criptomining non regolamentate e una tassa alle società del settore. I tempi d’oro per i minatori del Kazakhstan potrebbero già essere bruscamente finiti.

I dilemmi dell’Iran

L’impatto energetico del mining ultimamente sta dando problemi anche all’Iran, che con le criptovalute ha un rapporto ambiguo. Teheran si è infatti rivolta all’estrazione di bitcoin per finanziare le importazioni, aggirando le sanzioni economiche. Per questo fornisce energia a basso costo a chi estrae criptovalute, a patto che le venda alla Banca centrale. 

Nel paese resiste però anche il mining senza licenza che drena più di due gigawatt al giorno dalla rete nazionale, causando interruzioni di corrente. Il governo a maggio ha imposto una moratoria di quattro mesi sull’estrazione di bitcoin, ma dopo averla brevemente revocata in autunno, ha imposto una seconda chiusura il 28 dicembre, tre giorni prima del Kosovo, per risparmiare energia nei freddi mesi invernali.

Il dibattito in Europa

Emerge con chiarezza in tutti questi casi il fatto che, dal momento che l’energia sta diventando sempre più scarsa in tutto il mondo, sempre più paesi si chiedono se abbia senso destinarne una quota importante a una valuta con pochi usi pratici. Minare bitcoin consuma 123,2 terawatt/ora all’anno, secondo il Cambridge bitcoin electricity consumption index, più energia di quanta ne utilizzino Finlandia, Belgio o Argentina, e i dubbi sulla sua sostenibilità si stanno facendo spazio anche in Europa. La compagnia elettrica nazionale islandese, Landsvirkjun, ha annunciato il mese scorso che non accetterà più richieste di elettricità dai nuovi minatori di criptovaluta. Anche qui l’industria della produzione di bitcoin ha contribuito alla crisi energetica. 



[Fonte Wired.it]