L’arte può cambiare il mondo? Di certo è in grado di aprire i nostri orizzonti, generare collaborazioni e costruire comunità, assicura Brian Eno. Basta sfogliare il suo ultimo libro What Art Does: An Unfinished Theory, illustrato da Bette Adriaanse, per intercettare un modo di intendere l’arte che accompagna il compositore da tutta una vita.
Oggi Eno approda in Italia con un nuovo progetto che, lungi dall’essere una mostra tradizionale, somiglia più a un dispositivo di rigenerazione urbana. Attraverso due luoghi simbolo della città, i Giardini di San Paolo e l’Ospedale Vecchio, restituisce alla collettività degli spazi rimasti a lungo chiusi, che diventano così luoghi pubblici e creativi. Come si diceva, Eno sostiene che l’arte non si esaurisca nella semplice produzione di oggetti estetici, bensì agisca come motore di relazioni, rafforzando i legami della comunità e influenzando direttamente le nostre vite. Insomma, per rispondere alla domanda iniziale, l’arte può davvero cambiare il mondo.
Seed è un giardino che suona
L’opera di Brian Eno a Parma si articola in due dimensioni, legate appunto a due luoghi della città da tempo chiusi al pubblico. Seed vede una prima fase prendere forma in Installation for Giardini di San Paolo, un’opera audio site-specific, realizzata insieme alla giornalista e scrittrice turca, esule a Berlino, Ece Temelkuran. Ottomila metri quadrati saranno attraversati da tracce di musica generativa, che cambiano in relazione ai movimenti dei visitatori, dando vita a una colonna sonora che prende forma seguendo i passi e i movimenti di chi si immerge nello spazio.
Chi segue la ricerca di Eno sa che il paragone tra arte e giardinaggio non è inedito. L’artista descrive questo approccio come “generativo”: similmente a un giardino, anche un’opera può cambiare ogni volta che la si attraversa; si stabilisce un insieme di regole, alla stregua di semi, dopodiché si osserva come crescono e interagiscono tra loro. Come piante e fiori seguono il loro processo vitale, così l’opera d’arte evolve in modo autonomo e potenzialmente infinito.
Il luogo, di conseguenza, è protagonista in quanto l’opera «riempirà l’intero spazio, che è molto suggestivo e rappresenta una sorta di posto segreto, chiuso per molti anni e oggi finalmente svelato», spiega l’artista. L’installazione celebra proprio la riapertura, trasformando uno spazio a lungo inaccessibile in una destinazione da vivere.



