Bruised – Lottare per vivere: la storia ambientata nel mondo delle Mma femminili vince ai punti



Da Wired.it :

Bruised – Lotare per vivere è il film che segna il debutto alla regia dell’attrice Hally Berry, premio Oscar per Monster’s Ball – L’ombra della vita nel 2002. Il suo esordio dietro la macchina da presa è un film sportivo al femminile declinato in dramma familiare, incentrato su Jackie Justice, campionessa di Mma – arti marziali miste – nella categoria pesi piuma la cui carriera va in rovina dopo aver perso un incontro per un attacco di panico. Quattro anni dopo, lavora come donna delle pulizie nascondendo le bottiglie degli alcolici tra i detersivi e convive con un uomo desideroso di monetizzare il suo talento sul ring, confrontandosi quotidianamente con la depressione. Orfana, vittima di abusi durante l’infanzia, madre di un bambino che ha abbandonato in fasce, Jackie è in cerca di riscatto. L’opportunità si presenta quando il piccolo Manny va a vivere con lei e un promoter della Ufc si propone di allenarla e farla rientrare nel giro. Jackie accetta di affrontare un doloroso percorso psicologico e fisico prima di sfidare la temibile campionessa in carica.

Secondo il progetto iniziale basato sulla sceneggiatura di Michelle Rosenfarb, basato su una donna di origini irlandesi, il film avrebbe dovuto avere Nick Cassavetes come regista e Blake Lively nella parte della protagonista. La Berry si è sostituita ad entrambi. La trama, la classica parabola di riscatto sul ring del pugile dalla vita disastrata qui declinata al femminile e trasferita nel regno delle arti marziali miste, è il banale e prevedibilissimo dipanarsi di un formato narrativo visto e rivisto scevro di deviazioni fino alla scontata redenzione/rivalsa finale, alla quale si arriva navigando tra i cliché e almeno mezz’ora di momenti ridondanti. La narrazione soffre dell’essere stata sviluppata intorno a una protagonista con un differente background, riadattata senza un vero processo di riscrittura sulla Jackie della Berry. 

A sopperire alla narrazione banalmente formulaica di questo Rocky al femminile con un po’ di Girlfight e di Million Dollar Baby dentro, c’è l’interpretazione del cast, a partire dalla Berry, la cui incarnazione di Jackie costituisce un’ottima prova d’attrice – auspicabilmente la migliore dai tempi di Monster Ball. Per interpretare la passionale, disperata e agguerrita Jackie la Berry (che appare comunque in formissima in qualsiasi film), si è costruita un fisico più nervoso e atletico che non sfigura nelle scene – immancabili – degli allenamenti alla Rocky Balboa per le vie cittadine illuminate dai primi raggi dell’alba e che non sfigura (troppo) di fronte a quello della vera campionessa Valentina Shevchenko, la spavalda, terrificante e inesorabile Lady Killer del match finale. 

La pratica sportiva delle arti marziali miste viene accantonata per privilegiare la parabola personale e familiare dell’eroina, ma quando arriva il momento di concentrarsi su calci e pugni, la regista si dimostra entusiasta e attenta nella cura della coreografia di lotta. La Berry calca troppo sul melodramma, ma nel complesso ne esce egregiamente come regista, anche grazie all’efficienza nel tirare fuori il meglio dal cast, ineccepibile. Sopra tutti brilla Sheila Atim, fenomenale attrice – e compositrice – britannica di origini ugandesi con pochi titoli all’attivo al cinema e in tv ma una solida formazione teatrale. Nei panni di Buddhakan, la trainer, compagna e guida spirituale di Jackie che ha raggiunto la pace zen, offre un visione intrigante allo spettatore, che non può non innamorarsi subito di lei.



[Fonte Wired.it]