Da Wired.it :

Tutti gli occhi erano puntati su Call My Agent Italia per un motivo molto semplice: difficile infatti realizzare un adattamento (già tentato in Turchia e Regno Unito) di una serie originale formidabile come la francese Dix pour cent. Eppure la versione nostrana, affidata alla sceneggiatura di Lisa Nur Sultan (Sulla mia pelle, Sette donne e un mistero) e che debutta il 20 gennaio su Sky e Now, convince non solo perché rimane fedele all’impianto del format originale, di per sé piuttosto geniale, ma anche e soprattutto perché riesce in una missione che in pochi credevano possibile: convincere il pubblico che il nostro star system esiste e sa anche prendersi un po’ in giro.

Il format originale, appunto, è un meccanismo di rara brillantezza, e qui viene adattato con grande precisione, soprattutto nel primo episodio che deve introdurre il contesto generale: stiamo parlando dunque della CMA, un’agenzia di spettacolo – ovviamente fittizia – che rappresenta i più grandi nomi del cinema e della televisione italiani, i quali partecipano appunto interpretando una versione esagerata di sé stessi. A dover gestire le loro bizze ci pensano altri attori che però qui interpretano intraprendenti ma a loro volta imprevedibili agenti: si va dallo spietato e all’apparenza spietato Vittorio (Michele Di Mauro) alla stakanovista e intrattabile Lea (Sara Falco), passando per l’insicuro ma empatico Gabriele (Maurizio Lastrico), la navigata impresaria storica Elvira (Marzia Ubaldi) e i loro assistenti (interpretati da Sara Lazzaro, Francesco Russo, Paola Buratto e Kaze). I loro equilibri vengono messi a soqquadro quando Claudio Maiorana, il fondatore dell’agenzia, decide di ritirarsi lasciando loro a gestire il caos dei loro vari clienti.

Il cast regolare, per così dire, offre prove di interpretazione notevoli e forte è anche la loro chimica sulla scena, soprattutto quando la storia vira dallo spettacolare al più intimo e personale. Ma ovviamente ognuno dei sei episodi (il quarto e il quinto scritti con Federico Baccomo) si illuminano ulteriormente grazie alle incursioni delle varie guest star, che sono il pretesto per divagare ed esagerare in modo comico, e quindi un po’ il cuore pulsante della serie, la quale tra l’altro diventa più convincente e divertente tanto più si allontana dallo schema francese per abbracciare le idiosincrasie e originalità del nostro cinema: vediamo allora Paola Cortellesi alle prese con una serie sugli Etruschi e l’ageism, Paolo Sorrentino che propone Ivana Spagna come la prossima The Lady Pope, Pierfrancesco Favino che non riesce a uscire dal personaggio con buona pace della moglie Anna Ferzetti, Stefano Accorsi afflitto da esagerato stakanovismo, Matilda de Angelis che affronta una shitstorm, Corrado Guzzanti vittima delle sgangherate mire professionali di Emanuela Fanelli, spassosa presenza fissa ma anche delizioso specchio di una tanto diffusa mitomania attoriale.

Call My Agent Italia, prodotta da Sky Studios e Palomar, ha l’ottima qualità di funzionare come una solida storia orizzontale, portata avanti di episodio in episodio, continuamente vivificata però da queste incursioni momentanee che permettono di esplorare temi non banali nel mondo dello spettacolo contemporaneo. Il tutto poi è condito da continui riferimenti meta-cinematografici, dal successo internazionale (e da molti insospettabile) di Perfetti Sconosciuti alle rivalità dei David di Donatello. Non si ha però la sensazione che questa sia una serie autoreferenziale, apprezzabile solo dagli addetti ai lavori: fondendo una buona dose di assurdità con trame più profonde e sensibili (si parla di insicurezza, di tempo che passa, di famiglie improbabili, di voglia di futuro e così via), qui si costruisce una storia che può catturare in modo trasversale. In fondo tutti siamo più o meno attratti dalle celebrità, desiderosi di curiosare dietro le quinte: questa serie ce lo mostra, ma amplificando i livelli di finzione e restituendoci una stratificazione complessa e avvincente (restate dopo i titoli di coda!) che ha un solo obiettivo. Quello di trattare un mondo serissimo non prendendolo mai sul serio e spostare sempre un po’ più in là le possibilità anche un po’ folli della serialità italiana.



[Fonte Wired.it]