Prese nel loro insieme, le zone fredde e quelle ultracalde del mantello accelerano o rallentano il flusso del ferro liquido a seconda della regione, creando un’asimmetria. Questo scollamento contribuisce a far assumere al campo magnetico la forma irregolare che osserviamo oggi.
Il team ha analizzato le evidenze disponibili sul mantello terrestre e condotto simulazioni su supercomputer. I ricercatori hanno quindi confrontato l’aspetto che il campo magnetico terrestre dovrebbe avere nel caso in cui il mantello fosse uniforme con il suo comportamento in presenza di regioni eterogenee strutturate come i superpennacchi. Entrambi gli scenari sono stati poi messi a confronto con i dati reali sul campo magnetico. Solo il modello che incorporava i superpennacchi è riuscito a riprodurre le stesse irregolarità, inclinazioni e configurazioni che osserviamo oggi.
Una serie di simulazioni del geodinamo hanno inoltre rivelato che alcune componenti del campo magnetico terrestre sono rimaste relativamente stabili per centinaia di milioni di anni, mentre altre hanno subito cambiamenti significativi.
“Queste conclusioni hanno anche importanti implicazioni per le questioni legate alle antiche configurazioni continentali, come la formazione e la frammentazione della Pangea, e potrebbero contribuire a risolvere annose incertezze sul clima antico, sulla paleobiologia e sulla formazione delle risorse naturali”, ha dichiarato Andy Biggin, primo autore dello studio e professore di geomagnetismo all’Università di Liverpool, in un comunicato stampa.
“Si è spesso dato per scontato che il campo magnetico terrestre, osservato su tempi molto lunghi, si comportasse come un perfetto magnete a barra allineato con l’asse di rotazione del pianeta. Le nostre conclusioni indicano che questa ipotesi potrebbe non essere del tutto corretta”, ha aggiunto Biggin.
Questo articolo è apparso originariamente su Wired en Español.


