Il progetto, ancora in fase preliminare, vedrebbe Londra e Berlino in cabina di regia e viene ufficialmente presentato come una risposta all’aumento delle attività russe e cinesi nell’Artico. Dietro la cornice della competizione globale, la posta in gioco è più delicata: “raffreddare” le pressioni statunitensi sulla Groenlandia e costruire una forma di deterrenza credibile all’interno del perimetro Nato, evitando che una crisi interna all’alleanza si trasformi in uno strappo irreversibile.
In parallelo, la Nato ha iniziato a tradurre queste preoccupazioni in misure operative. L’Alleanza ha avviato nuove esercitazioni nell’Artico e ha ribadito la necessità di rafforzare la presenza militare nell’estremo nord. A confermarlo è stato anche il comandante supremo alleato in Europa, generale Alexus Grynkewich, massimo vertice della Nato sul continente, che ha parlato apertamente della necessità di aumentare deterrenza e sorveglianza nella regione.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha scelto una linea più prudente, ma altrettanto significativa, sottolineando che Berlino condivide le preoccupazioni di sicurezza sollevate da Washington, pur ribadendo il quadro multilaterale. Durante una visita ufficiale in India, Merz ha dichiarato di aspettarsi che anche gli Stati Uniti partecipino a una maggiore presenza Nato in Groenlandia: “Vogliamo migliorare insieme la sicurezza dell’isola e presumo che anche gli americani ne faranno parte”.
Quanto pesa Washington nella Nato
Gli Stati Uniti dominano la Nato non solo a parole. Come riportato dal Defence Expenditure of Nato Countries, il documento di spesa dell’alleanza, Washington versa circa 900 miliardi di dollari all’anno, pari a circa il 70 per cento della spesa totale per la difesa dell’Alleanza. Soldi con cui la Casa Bianca finanzia armi, infrastrutture e capacità logistiche che nessun altro membro può eguagliare. A questi numeri si aggiunge la forza militare: oltre 1,3 milioni di militari attivi, la più grande flotta aerea e navale dell’Alleanza e capacità di proiezione globale, che rendono gli Stati Uniti il vero fulcro operativo della Alleanza atlantica.
Andrea Gilli, senior researcher al Nato Defense College, crede che “gli Stati Uniti vogliano ottenere due obiettivi. Da una parte, obbligare gli europei a fare di più per la difesa collettiva, non solo in Europa ma anche nell’Artico. Storicamente, gli Stati Uniti avevano truppe in difesa dell’Europa. In questo modo, Trump spingerebbe gli Europei ad avere truppe a difesa dell’America. Dall’altra, Trump vuole rendere il suo sostegno agli europei sempre più ambiguo e, quindi, più costoso, invertendo così un’altra storica dinamica per cui gli americani spingevano gli europei a fare di più in difesa, mentre oggi sono gli europei che cercano di fare di tutto per tirare in Europa gli americani”.
L’apparente serenità di Mark Rutte
L’apparente serenità con cui il segretario generale della Nato Mark Rutte ha commentato le dichiarazioni di Trump – definendo l’alleanza “not at all in crisis” – nasconde in realtà quella che, ad oggi, è forse il nodo più spinoso del suo mandato: mediare tra la retorica aggressiva di Washington e la coesione fragile di 32 alleati con interessi divergenti. Rutte, che quest’estate aveva definito Trump “paparino”, deve continuare a garantire il sostegno militare e finanziario di Washington all’alleanza – per esempio, elogiando le pressioni della Casa Bianca affinché i paesi europei aumentino gli acquisti di armamenti dall’alleato d’oltreoceano – evitando al contempo il rischio che un membro della Nato possa minacciare la sovranità di un altro: “Le dichiarazioni di Donald Trump sono abbastanza uniche ed eccezionali nella storia dell’Alleanza Atlantica”, continua Gilli. “In passato ci sono stati momenti di tensione, anche dura, ma gli Stati Uniti non sono mai giunti, velatamente, a minacciare l’invasione di un territorio alleato. La domanda è come queste dichiarazioni vanno interpretate”.
Le altre crisi della Nato
La storia insegna che le tensioni interne alla Nato non sono comunque un’eccezione: dal 1974, con l’invasione turca di Cipro a danno dell’alleato greco, agli scontri navali tra Regno Unito e Islanda per la pesca, fino alle contese tra Grecia e Turchia del 1987, l’alleanza ha sempre dovuto mediare tra interessi nazionali in conflitto tra loro. Ma mai, fino ad oggi, un membro così potente come gli Stati Uniti aveva minacciato apertamente di assumere il controllo territoriale di un altro alleato.
In questo contesto, la presenza statunitense assume un ruolo strutturale: non solo garante di capacità militari e deterrenza, ma collante politico che tiene insieme un’organizzazione fragile per definizione, basata sull’unanimità. Senza Washington, le tensioni interne, i tempi lunghi dei processi decisionali e le divergenze di interesse rischierebbero di rendere inefficace ogni risposta coordinata.


