[ad_1] Dalla scorsa estate c'è un delfino a Venezia. I media lo hanno soprannominato Mimmo, e per essere precisi è un giovane tursiope (Tursiops truncatus, una delle 40 specie della famiglia dei delfinidi) che, a sorpresa, ha deciso di eleggere…
Dalla scorsa estate c’è un delfino a Venezia. I media lo hanno soprannominato Mimmo, e per essere precisi è un giovane tursiope (Tursiops truncatus, una delle 40 specie della famiglia dei delfinidi) che, a sorpresa, ha deciso di eleggere la laguna a sua nuova casa. La sua pinna che emerge tra i flutti del bacino di San Marco, però, avvertono i ricercatori del Cetacean strandings emergency response team (Cert) dell’Università di Padova e del Museo di Storia Naturale di Venezia, non è uno spettacolo per turisti, ma è un promemoria di ciò che quelle acque erano un tempo: l’habitat naturale di specie selvatiche. Che selvatiche devono restare. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Ethology, il patologo veterinario dell’Università di Padova Guido Pietroluongo e i suoi collaboratori ricostruiscono il viaggio di Mimmo e offrono una sorta di vademecum per una buona convivenza con la natura in un contesto così fortemente urbanizzato.
Il viaggio di Mimmo
Mimmo è stato avvistato per la prima volta ufficialmente il 24 giugno 2025 nelle acque vicino a Chioggia. Da subito, i ricercatori ne hanno seguito gli spostamenti, osservandolo risalire verso nord fino a stabilirsi, da ottobre, di fronte a Piazza San Marco a Venezia. È giovane, lungo circa due metri, in buona salute, ma non se ne conosce il sesso e – un po’ strano per la sua specie che in genere vive in branchi fino a 15 individui – è solo. Gli esperti, tuttavia, ritengono che Mimmo non sia arrivato lì per errore, ma che abbia scelto il bacino di San Marco come casa, avendo trovato cibo a volontà. Sebbene il clamore mediatico abbia amplificato la notizia, il caso di Mimmo non è da considerare una rarità assoluta: “Esistono un centinaio di casi noti di animali solitari in ambienti antropizzati – chiarisce a Wired Pietroluongo – In Italia, il più famoso è il delfino Filippo di Manfredonia. Sicuramente la lunga permanenza di Mimmo in laguna testimonia che il delfino sta bene e trova cibo per sopravvivere. Le condizioni ambientali, in questo caso, ne favoriscono il soggiorno: la salinità, la temperatura e la disponibilità di prede permette al delfino di vivere in una laguna che ha caratteristiche simili all’ambiente costiero dove questi animali di solito vivono. Pertanto, non c’è nulla di eccezionale”.
I pericoli della laguna
La presenza di un tursiope in laguna, sottolineano gli scienziati, è indice della grande capacità di adattamento di questa specie rispetto ad altri cetacei che non trovano più uno spazio in contesti così antropizzati. Proprio l’estrema “urbanizzazione” dell’habitat, però, aumenta drasticamente le probabilità per la fauna selvatica di imbattersi in pericoli anche letali. Il traffico navale in laguna, per esempio, è intensissimo, ed espone il tursiope al rischio di impatto con le eliche delle imbarcazioni (già oggi mostra sul corpo i segni di precedenti lesioni); senza contare il contatto con sostanze tossiche, l’inquinamento acustico che può disturbare il suo sofisticato sistema di ecolocalizzazione, e lo stress dovuto ad approcci troppo ravvicinati con gli esseri umani. “I tursiopi sono noti per la loro adattabilità – conferma il ricercatore – ma l’eccessiva attenzione pubblica e mediatica e i comportamenti scorretti potrebbero disturbare o mettere ulteriormente in pericolo l’animale”.
Vista la complessità dell’ambiente, gli esperti, per tutelare l’incolumità del cetaceo, hanno anche pensato se non fosse il caso di intervenire per trasferirlo in mare aperto. Questo avrebbe però richiesto la cattura e il trasporto di Mimmo – un’operazione che lo avrebbe esposto ad altri pericoli, in particolare alla miopatia da cattura, una condizione potenzialmente letale dovuta allo stress psicofisico e alla manipolazione, che porta a danni muscolari irreversibili e allo shock. Opzione scartata, dunque.
Il vero pericolo è l’essere umano
Visto che anche i tentativi di allontanarlo con dissuasori acustici non sono stati efficaci (il cetaceo si sposta solo per breve tempo per poi tornare), non rimane che riconoscere la realtà dei fatti: la vera tutela di Mimmo passa non dalla sua gestione, ma da quella degli esseri umani. “Le nostre osservazioni sottolineano la necessità di gestire prima di tutto il comportamento umano per garantire il benessere dell’animale”, sostiene Pietroluongo. Gli fa eco il primo autore dello studio, Giovanni Bearzi: “Riconoscere la priorità di salvaguardare una specie protetta, trattandola come un animale selvatico e comportandosi in modo informato e responsabile, è la chiave della gestione della fauna”.
Il vademecum per una sana convivenza
Secondo i ricercatori è necessario che tutti – cittadini e turisti – adottino un codice di comportamento appropriato. Innanzitutto, è fondamentale mantenere una distanza di sicurezza di almeno 50 metri dall’animale selvatico e non superare i limiti di velocità con la propria imbarcazione, stando attenti anche a evitare accelerazioni, brusche deviazioni di rotta (che potrebbero tagliare quella del delfino) e retromarce. Seguirlo, o – peggio – inseguirlo, non è un’opzione contemplabile. Divieto assoluto anche di offrire cibo o gettare oggetti in acqua: nutrire un delfino, così come qualsiasi altro animale selvatico, o interagirci – ricordano gli esperti – non è un gesto d’amore, anzi è un reato perché si rischia di alterarne il comportamento naturale, portandolo a essere dipendente dall’essere umano e a fidarsi troppo (e non tutti sono animati sempre da buone intenzioni). Schiamazzi e rumori molesti, come battere sulle fiancate delle imbarcazioni per attirarne l’attenzione, sono da evitare perché interferiscono con le sue attività di caccia o con il suo riposo. “La normativa internazionale, europea e italiana protegge questa specie, e qualsiasi tipo di interazione che potrebbe disturbare l’animale è considerato un reato – ricorda Pietroluongo – Come tutti gli animali selvatici, i delfini possono reagire negativamente alla presenza di fonti di disturbo. La presenza dell’essere umano viene vissuta come quella di altri animali di grandi dimensioni, ma sicuramente le nostre attività sono più invasive. Pertanto osservare l’animale da lontano senza alcuna interazione è la migliore forma di rispetto”.
