C’è una vodka prodotta a Chernobyl (ma tranquilli, non è radioattiva)


Al momento ce n’è una sola bottiglia, ma il valore della vodka Atomik è soprattutto scientifico e sociale. Tutto quel che c’è da sapere sul primo distillato nato nella zona di alienazione dopo l’incidente nucleare

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(foto: università di Portsmouth)

Il suo nome potrebbe rivelarsi una geniale scelta commerciale, oppure un totale fallimento: fatto sta che la prima vodka realizzata nell’area contaminata intorno alla centrale di Chernobyl, nonché il primo prodotto alimentare in assoluto della zona dal 1986 in poi, è stata chiamata Atomik. Il distillato, nato come esperimento scientifico finanziato con fondi governativi ucraini, è pronto a diventare un piccolo brand locale, soprattutto da quando i ricercatori che hanno seguito la filiera di produzione hanno stabilito che il liquido imbottigliato non è affatto radioattivo – o meglio, è radioattivo tanto quanto un qualunque altro superalcolico.

Ma andiamo con ordine. La storia di questa vodka di fatto inizia 33 anni fa, quando il celeberrimo reattore numero 4 dell’impianto nucleare di Chernobyl, accanto alla città ucraina di Prypjat, esplose e rilasciò una nube di sostanze radioattive. Per contenere i danni, si stabilì che un’area di raggio 30 chilometri intorno alla centrale dovesse essere evacuata e restare vietata per gli insediamenti umani per i prossimi 24mila anni, proprio per le conseguenze del fallout radioattivo. Da allora, brevi tour turistici a parte, nessuna attività umana è stata intrapresa nella zona di alienazione, e men che meno la produzione di generi alimentari. Fino all’idea della vodka.

La scienza della vodka (non) radioattiva

Un gruppo di ricercatori dell’università di Portsmouth, nel Regno Unito, ha condotto insieme ai colleghi ucraini un esperimento di coltivazione della segale in prossimità della ex centrale nucleare. Iniziato nel 2017, il processo di preparazione della vodka aveva diverse incognite anche dal punto di vista scientifico, perché la conferma della non-radioattività sarebbe potuta arrivare solo al termine della produzione e della distillazione.

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La semina a mano della segale (foto: atomikvodka.com)

Come ha raccontato il professor Jim Smith, che fa da portavoce per il team, la segale raccolta aveva un livello di radioattività non accettabile, poiché i valori relativi allo stronzio erano un poco superiori rispetto al limite di guardia di 20 becquerel al chilogrammo. E anche l’acqua, prelevata da una falda profonda della stessa area, lasciava qualche preoccupazione poiché non c’era certezza assoluta che fosse incontaminata. Tuttavia, proprio come previsto, il processo di distillazione della vodka ha eliminato tutte le impurità facendole finire tra gli scarti, e con queste ha tolto anche le sorgenti di radioattività, consentendo di ottenere un prodotto finale del tutto analogo a quelli che si trovano in commercio.

In seguito a una lunga serie di analisi chimico-fisiche condotte al laboratorio radioanalitico dell’università di Southampton, è emerso che tutte le possibili fonti di radioattività sono al di sotto del limite di rilevamento, ossia la decontaminazione è totale. L’unico tipo di radioattività residua nella bevanda è quella dovuta al carbonio-14, che però non dipende affatto dall’incidente di Chernobyl e infatti si trova con la medesima intensità anche in qualunque altro superalcolico. E, soprattutto, si tratta di un’effetto così minimo da non destare alcuna preoccupazione.

Un’opportunità per un territorio

Archiviata con successo la fase di messa a punto della catena produttiva, l’ambizione dei ricercatori è di trasformare questo piccolo successo scientifico nel core business di una futura imprenditoria locale, mantenendo come mission il recupero dell’area contaminata nel migliore dei modi possibili e riproducendo in tutti i dettagli la ricetta della tradizione artigianale locale, inclusa la distillazione moonshine ucraina.

Anche se al momento è stata imbottigliato un solo campione di Atomik vodka, già entro la fine del 2019 c’è l’obiettivo di aumentare la produzione a 500 bottiglie, per mettere in piedi una piccola catena di vendita, già denominata The Chernobyl Spirit Company. Se è facile immaginare che i clienti target saranno i turisti in visita nella zona di alienazione, l’idea è di sfruttare non solo i territori immediatamente intorno al sito dell’incidente (che oggi tra l’altro sono una riserva naturale protetta di 4mila chilometri quadrati), ma anche di estendere le coltivazioni nell’area appena oltre quella di alienazione, dove l’agricoltura sarebbe comunque proibita per via delle inevitabili contaminazioni che ogni prodotto della terra avrebbe. Eccezion fatta per i distillati, naturalmente.

I tre quarti dei profitti, inoltre, dovrebbero essere devoluti alla comunità locale, che ancora deve recuperare l’enorme gap in termini di sviluppo economico e di qualità della vita rispetto ai Paesi vicini. Dal punto di vista legale e normativo il percorso è comunque ancora lungo, visti i divieti di utilizzo del suolo e di coltivazione tutt’ora in vigore.

Le caratteristiche curiose del prodotto

Al di là della scelta del nome, i ricercatori hanno fatto sapere che l’immagine del cinghiale stampato in etichetta non è affatto casuale, ma è il frutto di un incontro fortuito proprio all’interno della zona di alienazione. La presenza dell’animale, infatti, rappresenta una delle tante prove di come oggi la natura stia riprendendo possesso dell’area, prima ancora che lo faccia la popolazione locale.

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Il cinghiale nella zona di alienazione che ha ispirato l’etichetta (foto: Tatiana Deryabina/atomikvodka.com)

Secondo un esperto di cocktail a base di vodka intervistato dalla Bbc, la prima annata di Atomik ha un sapore più fruttato rispetto alla vodka a cui siamo abituati, con un netto sentore di segale. L’accostamento ritenuto più adatto per un cocktail è con lo champagne, forse anche perché (secondo gli esperti) la falda acquifera ucraina di partenza ha caratteristiche molto simili a quelle della Francia nord-orientale. Tenetelo a mente qualora in futuro andaste a fare un giretto a Chernobyl e vi portaste a casa come souvenir una bottiglia di vodka a chilometro zero.

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