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Celebrare l’anniversario della morte di Boccaccio significa riscoprire il Decameron come un’opera moderna (e non immorale)

di webmaster | Dic 21, 2025 | Tecnologia


Giovanni Boccaccio moriva 650 anni fa a Certaldo. Ha scritto poemetti, novelle, trattati, ma se lo ricordiamo a distanza di secoli è per il suo capolavoro, il Decameron. Un’opera innovativa, dirompente per l’epoca, attuale e ancora coinvolgente, ma che troppo spesso è stata fraintesa e letta solo parzialmente. Vittima di censure per secoli (nel 1550 è stato inserito tra i libri proibiti dalla Chiesa), è stato per lungo tempo “purgato” dei contenuti più scabrosi; viceversa in tempi più recenti è stato ripreso ed esaltato quasi esclusivamente come paradigma di licenziosa libertà sessuale ed espressiva. In realtà questa libertà era semplicemente il riflesso di quella convivialità tra amici, di quella gioia di vivere e raccontare che solo i giovani possono avere. Perché di giovani si parla nel Decameron, ragazzi che si ritrovano in un’isola felice per sfuggire al contagio della peste che imperversava a Firenze nel 1348, e come tutti i ragazzi parlano di tutto, di amore, di filosofia, di morte e di sesso.

La peste, come il Covid…ma senza Netflix

Ripensiamo agli anni del Covid. Siamo chiusi in casa. Netflix non esiste. La tv e i giornali non ci possono raggiungere né riferire notizie allarmanti e bollettini quotidiani. Siamo in campagna, ma sappiamo che in città la gente sta morendo. L’unica distrazione possibile è quella di immaginare, raccontare, creare storie che sappiano aiutare la mente a fuggire, storie in cui a trionfare non sono la morte e la malattia, ma la vita e il divertimento. Ed è ciò che accadeva ai narratori delle storie. A scuola ci hanno fatto studiare la “cornice” del Decameron, ma in genere da studenti non ci si sofferma su questa parte del libro, trasportati verso le novelle (soprattutto quelle piccanti o comunque divertenti). Invece il contesto è fondamentale per capire la leggerezza dell’opera: perché il Decameron è leggero anche dove può sembrare greve. L’umorismo come sempre può essere un’arma vincente per esorcizzare le paure. E con ironia sono descritti cavalieri e dame, contadini e ostesse, popolani e nobili, frati e monache, cuochi e cacciatori, in un carosello di umanità immersa in un mondo vario, dove si incontrano la dimensione romantica e quella dell’occulto, il gioco e la burla, la passione e la vendetta, la fede e l’inganno, la virtù e il vizio. Il tutto dipinto con un realismo che a volte travalica il quotidiano per sfociare nell’eccessivo e nel fantastico e soprattutto con una scrittura incredibilmente bella, vivace, pulita, semplice e comprensibile anche a distanza di secoli.

Modernità di stile e contenuti

È questa scrittura che rende il Decameron un’opera da leggere ancora, da leggere, non da studiare, e da apprezzare per il suo valore storico, certamente, ma anche per il piacere che anche il lettore di oggi può trarne. Tanti sono gli spunti di attualità contenuti nelle novelle, ma prima ancora occorre ricordare che Boccaccio non si rivolgeva agli intellettuali della sua epoca, ma alla gente comune. Anzi, il suo scritto è diretto in maniera esplicita a un pubblico femminile: una scelta inaudita per quei tempi. Nel proemio lo scrittore si rivolge direttamente alle donne come destinatarie dell’opera: le donne devono tenere “l’amorose fiamme nascoste e non possono concedersi gli stessi piaceri e le stesse distrazioni consentite agli uomini. Boccaccio regala “cento novelle, o favole, o parabole o istorie” dove si raccontano “piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati avvenimenti” che vedono come protagoniste le donne. Distrazione quindi, evasione, piacere e una rivendicazione del diritto all’amore e alla sessualità liberata dai vincoli della società del tempo. Una scelta che richiede uno “istilo umilissimo e rimesso”, rivendicata dall’autore anche in opposizione a chi lo accusava di voler troppo piacere al pubblico femminile, e che viene ripresa a conclusione dell’opera. E uno stile “basso”, senza retorica aulica, è indispensabile anche per un’altra scelta che potremmo definire “pop”: quella di un umorismo sottile, distaccato, di una comicità nuova capace di raccontare l’ironia di situazioni reali, concrete, di individui unici come uniche sono le persone vere. Un modo di sorridere che ama compiacersi della stessa gioia di raccontare, accostandosi ai personaggi con un occhio indulgente, che non giudica ma che mette a nudo la varietà del vivere. Sono i rapporti tra le persone il cuore della narrazione: una narrazione che raggiunge vette di poetica bellezza e che scende a parlare di gesti quotidiani e necessità primarie. Si mangia, si beve, si va in bagno, si fanno scherzi, si corteggiano le ragazze, ma altre novelle raccontano amori idealizzati, fede incrollabile, valori altissimi. Su tutti quello dell’intelligenza, capace di risolvere le situazioni più ingarbugliate ma anche di sostenere i “buoni” nelle difficoltà.

Un’opera immorale?

Pochissimi di noi hanno letto tutto il Decameron. A scuola ci siamo fermati a Chichibio con la sua gru a una zampa sola e alle burle di Calandrino, a Ser Ciappelletto e a Nastagio degli Onesti con la caccia infernale. E anche la cultura contemporanea ha ripreso nei film (molti ricordano quello di Pasolini) come nelle serie televisive solo una minima parte di un’opera vasta e ricca di spunti. Forse nessuno più accusa Boccaccio di essere immorale, ma molti, troppi, ancora immaginano le sue novelle come un repertorio di situazioni al limite della pornografia, roba da leggere di nascosto a tarda notte. Eppure lo stesso autore già sei secoli fa si era difeso da accuse di aver scritto un’opera contraria all’etica e offensiva del pudore: «Saranno per avventura alcune di voi che diranno che io abbia nello scriver queste novelle troppa licenzia usata, sì come in fare alcuna volta dire alle donne e molto spesso ascoltare cose non assai convenienti né a dire né a ascoltare a oneste donne. La qual cosa io nego, per ciò che niuna sì disonesta n’è, che, con onesti vocaboli dicendola, si disdica a alcuno: il che qui mi pare assai convenevolmente bene aver fatto. (…) E se forse pure alcuna particella è in quelle, alcuna paroletta più liberale che forse a spigolistra donna non si conviene, le quali più le parole pesan che’ fatti e più d’apparer s’ingegnan che d’esser buone, dico che più non si dee a me esser disdetto d’averle scritte che generalmente si disdica agli uomini e alle donne di dir tutto dì ‘foro’ e ‘caviglia’ e ‘mortaio’ e ‘pestello’ e ‘salsiccia’ e ‘mortadello’, e tutto pien di simiglianti cose».



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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