Anche l’altra giustificazione numerica non lo convince: la maggioranza fino al giorno del voto finale in Senato ha tenuto a sottolineare come nelle due sperimentazioni precedenti le richieste erano state circa 67mila, con poco meno di 60mila votanti effettivi, come a voler intendere che fossero pochi rispetto alla platea potenziale: “Non è che possono dire: ha votato troppa poca gente”, replica il senatore Meloni. “Sessantamila persone sono una città media italiana. Ma basterebbero dieci voti in più, se non uno solo. Anche se solo una parte lo esercita effettivamente, il voto è un diritto – oltre che un dovere civico, come recita l’articolo 48 della Costituzione – e non può essere condizionato da una valutazione di convenienza numerica”.
Come avrebbe funzionato il voto fuorisede previsto dall’emendamento
L’emendamento respinto, esattamente come per i referendum dell’anno scorso, prevedeva che gli elettori temporaneamente domiciliati da almeno tre mesi in una provincia diversa da quella di residenza per studio, lavoro o cure potessero votare nel Comune di domicilio. Sarebbe bastato fare domanda almeno 35 giorni prima del voto, con conferma entro 20 giorni dalla consultazione dell’iscrizione nelle liste elettorali.
I Comuni avrebbero potuto istituire sezioni speciali – una ogni 800 elettori ammessi – oppure, se i fuorisede ammessi al voto fossero stati meno di 800, distribuire gli elettori in elenchi aggiunti alle sezioni ordinarie.
Il tutto per un costo stimato di 3,1 milioni di euro, coperti dal fondo elettorale del ministero dell’Economia. E, secondo il senatore Meloni, senza difficoltà legate alle tempistiche o all’integrità del voto. Tra l’altro, il referendum rimane il caso più semplice in assoluto per organizzare un voto fuorisede: “Se io voto a Trieste o a Caltanissetta è uguale. Non altero la rappresentanza di una circoscrizione” come potrebbe capitare ad esempio con le elezioni politiche, in cui ogni parlamentare viene eletto sulla base dei voti raccolti nella circoscrizione di appartenenza e, dunque, almeno in linea teorica, uno spostamento del corpo elettorale potrebbe incidere sull’esito finale. In questo caso “è solo un sì o no”.
A proposito di integrità e sicurezza, la procedura immaginata è esclusivamente in presenza. Nessun voto elettronico da remoto, precisa Marco Meloni, che però non esclude in astratto sperimentazioni in luoghi presidiati, come prefetture o uffici pubblici, pur rimanendo contrario al voto da casa: “È quello più delicato, perché può esserci qualunque forma di condizionamento”.


