Chi era Primo Levi, chimico e scrittore che oggi avrebbe compiuto 100 anni


Chi era Primo Levi, chimico e scrittore che oggi avrebbe compiuto 100 anni

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(foto: Google Images/Creative commons)

Chimico, divulgatore scientifico, narratore dell’Olocausto. Il nome di Primo Levi, nato il 31 luglio 1919, rimanda facilmente alla mente l’ultima di queste categorie, assai meno le altre due. Eppure, stando allo stesso Levi, è proprio il suo mestiere di chimico ad avergli non solo salvato la vita ad Auschwitz, ma anche permesso di essere lo scrittore che è stato: “ Scrivo proprio perché sono un chimico, si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo”.

L’amore di Primo Levi per la chimica nasce durante l’adolescenza e lo spinge a scegliere questo corso di laurea al momento di iscriversi, nel 1937, all’ Università di Torino, come racconta nel capitolo Ferro del suo libro Il sistema periodico: “[…] la nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia… mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele… vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi, e che quindi il sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo”.

Si laurea in tempo e con ottimi voti nel 1941, sebbene al tempo le leggi razziali facessero di tutto per impedirlo agli studenti ebrei, e comincia subito a lavorare, prima nel laboratorio di una cava d’amianto poi in un’ industria farmaceutica. Nel ’43 viene deportato ad Auschwitz. Dove i suoi studi lo salveranno dalla morte. In primo luogo perché, per studiare alcuni testi, Levi aveva dovuto imparare un tedesco elementare che gli sarebbe stato utile. Inoltre, il suo essere chimico gli avrebbe consentito essere un prigioniero utile, dunque da non eliminare: viene infatti reclutato per lavorare presso la Buna, una fabbrica di proprietà della IG Farben, come raccontato in Se questo è un uomo.

Anche una volta finita la guerra, sopravvissuto al campo di concentramento e al lungo viaggio di ritorno in Italia (narrato ne La Tregua), Primo Levi riprende immediatamente il suo lavoro di chimico. Questa volta è alla Siva (Società industriale di vernici e affini), una fabbrica di vernici di Settimo Torinese, dove rimarrà tutta la vita, arrivando a dirigerla. Contemporaneamente, per elaborare l’esperienza della deportazione e della guerra, ma allo stesso tempo spinto dall’esigenza di testimonianza alle giovani generazioni, e da quella ancora più intima di narratore, impugna la penna e comincia a scrivere.

Da questo momento in poi non smetterà mai di essere sia chimico sia scrittore. Anzi – come ricorda Franco Carnevale su Epidemiologia e prevenzione con una citazione dello stesso Levi – ruberà alla sua prima anima per essere un miglior narratore: “ Non si trattava solo di un mestiere esercitato, ma anche di una formazione esistenziale, di certe abitudini mentali e direi, prima tra tutte, quella della chiarezza. Un chimico che non sappia esprimersi è un povero chimico. Il mestiere di chimico in una piccola fabbrica di vernici (come Italo Svevo) è stato fondamentale per me anche come apporto di materie prime, come capitale di cose da raccontare”.

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