Cina, perché i chip sono il tallone dell’Achille del dominio tech


La Cina dipende dai chip stranieri e sta cercando di costruire una propria industria domestica, coinvolgendo i suoi giganti tech, come Alibaba e Tencent. Altrimenti il suo primato è a rischio

Il presidente della Cina Xi Jinping spinge per l'autonomia nel settore dei chip (foto: Getty Images, elaborazioe: Wired.it)
Il presidente della Cina Xi Jinping spinge per l’autonomia nel settore dei chip (foto: Getty Images, elaborazioe: Wired.it)

Nel braccio di ferro commerciale con la Cina, gli Stati Uniti hanno spesso giocato il divieto di vendere chip ai campioni tecnologici del Dragone. È la carta che la Casa Bianca ha calato, per esempio, contro Zte e Huawei nella corsa al 5G, il nuovo standard di telecomunicazioni di cui Pechino ha il primato globale.

E ogni volta che Washington ha tagliato le forniture di semiconduttori, la fortezza high-tech cinese ha iniziato a tremare dalle fondamenta. Perché se è fuori discussione il vantaggio che il gigante asiatico ha accumulato nelle innovazioni più all’avanguardia, come intelligenza artificiale, reti di quinta generazione, riconoscimento facciale e macchine a guida autonoma, nella tecnologia di base, senza la quale le conquiste del futuro non si reggono, è ancora debole e ha bisogno di rifornirsi all’estero. È il tallone di Achille di un programma che punta all’autarchia tecnologica.

Il problema è noto ai piani alti di Pechino. Tanto che il programma decennale per l’avanzamento tecnologico del Paese di mezzo, Made in China 2025 (in mandarino Zhōngguó zhìzào 2025, 中国制造 2025) fissa, tra i vari obiettivi, di produrre in casa l’80% dei componenti tecnologici di cui l’industria ha fame, come i semiconduttori, riducendo così drasticamente la dipendenza dai fornitori oltre confine. Come scrive in una recente analisi Merics, centro studi europeo sulla Cina, se Pechino “vuole costruire solide fondamenta per una tecnologia futura più avanzata, deve padroneggiare questi componenti di base in modo largamente indipendente dagli input stranieri”.

Gli obiettivi di Made in China 2025 (fonte: Merics)
Gli obiettivi di Made in China 2025 (fonte: Merics)

Anche l’ecommerce si dà ai chip

Per questo le più grandi aziende tecnologiche cinesi si stanno applicando all’industria dei chip. A fine luglio la più importante piattaforma di ecommerce del Paese, Alibaba, ha presentato il frutto dei suoi sforzi. La sua controllata, Pingtuoge, presentata a fine settembre del 2018, ha introdotto un microprocessore pensato per le applicazioni nell’internet of things, nell’auto a guida autonoma e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio i settori in cui Pechino eccelle.

Xuantie 910, questo il nome del microprocessore 16-core, si basa su una “tecnologia open source”, spiega un portavoce di Alibaba: “Non realizzeremo il chip fisico, ma rilasceremo una licenza agli sviluppatori per il loro prototipo. Il codice è disponibile su Github. Siamo convinti che dobbiamo distribuire più tecnologia ai produttori per creare chip più potenti”.

Per gli analisti di Fitch solutions non è questione di altruismo: “L’uso di un’architettura open source è pensato per mitigare l’impatto di qualsiasi possibile conflitto geopolitico sui requisiti hardware presenti e futuri”. Alibaba, insomma, ha giocato d’anticipo rispetto a un nuovo cambio di direzione del vento a Washington, anche in vista di un’adozione del suo chip su larga scale, visto che “ne immaginiamo l’uso in scenario internet of things”, spiega il portavoce. Lo stesso colosso dell’ecommerce potrebbe avvantaggiarsene, per Fitch, nei suoi test sulle smart city e negli affari della sua controllata Alibaba cloud, che vende servizi sulla nuvola.

Gruppo di robot a una fiera in Cina (foto di Chen Chao/China News Service/Vcg via Getty Images)
Gruppo di robot a una fiera in Cina (foto di Chen Chao/China News Service/Vcg via Getty Images)

Gli altri in corsa

Alibaba non è il solo titano tecnologico cinese a interessarsi di chip. Anche Tencent, che ha sviluppato la super app Wechat e che con il sito di ecommerce e il motore di ricerca Baidu compone la triade delle multinazionali high-tech del Dragone, è entrata nel mercato dei microprocessori, all’indomani del bando degli Stati Uniti contro Zte. Lo scorso dicembre ha investito 50 milioni di dollari in Enflame, una startup cinese che produce chip.

A luglio, pochi giorni prima della presentazione di Xuantie 910, l’unicorno degli smartphone Xiaomi ha acquistato il 6% di Verisilicon holding, sviluppatore di chip cinese, che ne fa il secondo più grande azionista esterno dopo il China national integrated circuit industry investment fund. Un fondo a guida statale, detto anche “il grande fondo”, battezzato nel 2014 con 130 milioni di renminbi di dotazione e di recente rifinanziato con altri 200 milioni (circa 29 milioni di dollari). Anche Huawei ha una sua controllata nei chip, Hisilicon.

Nell’industria dei chip Merics ha censito, tra le varie aziende coinvolte in Made in China 2025, la statale Ymtc, poi Cambricon, Horizon Robotics e Jiangsu Changjiang electronics technology.

La forza della Cina nei tre livelli di tecnologia (fonte: Merics)
La forza della Cina nei tre livelli di tecnologia (fonte: Merics)

Sfida per il primato

Nonostante risorse e diktat centrali, la Cina sconta l’arretratezza della sua industria dei semiconduttori. “È fuori dalla produzione dei chip core, che è in mano a europei e americani – spiega Plinio Innocenzi, docente dell’università di Sassari ed ex consulente scientifico dell’ambasciata italiana a Pechino -. Nelle periferiche i cinesi si sono scatenati e riusciranno ad avere un impatto, ma non faranno mai concorrenza all’Occidente, perché i core sono fuori dalla loro portata”.

Fitch ha calcolato che al momento la Cina “importa fino al 90% dei chip di cui ha bisogno per l’assemblaggio di elettronica e la sua tecnologia più avanzata è sui processi di manifattura della generazione multipla dei 28-nanometri, che si trova dietro i 7-nanometri e i 10-nanometri adottati attualmente dalle compagnie occidentali e di Taiwan”.

Mi aspetto che operazioni come quella di Alibaba avvengano sempre più frequentemente”, spiega Giuliano Noci, prorettore per la Cina del Politecnico di Milano. E aggiunge: “Questa è una delle dirette conseguenze delle azioni di Trump”. Anche Fitch si attende un aumento di queste attività in futuro.

Pechino è a uno snodo critico: da un lato c’è la pressione degli Stati Uniti, dall’altro “l’esplosione del costo del lavoro l’aumento dell’età media rendono l’innovazione un imperativo per aumentare la produttività interna”, osserva Noci. E, aggiunge, “c’è il problema della maturazione del sistema finanziario”. Più un ripensamento in termini di comunicazione di progetti come la Belt and road iniative (la nuova via della seta) e lo stesso Made in China 2025. “La Cina riscopre una logica di basso profilo perché troppo attenzione crea suscettibilità, che non sono utili”, osserva il docente.

La mappa della specializzazione delle varie province cinesi per Made in China 2025 (fonte: Merics)
La mappa della specializzazione delle varie province cinesi per Made in China 2025 (fonte: Merics)

Mosse e contromosse

Una delle strategie riguarda la creazione di due cinture della manifattura avanzata, lungo la costa (da Jiangsu a Guangdong) e al centro (da Pechino a Guangdong), per progettazione e fornitura di chip, con centri distaccati nelle aree interne (a Shaanxi, Chongqing, Sichuan, Guizhou). Shanghai è il centro di questa trasformazione, visto che nella metropoli è stato aperto uno dei dodici centri per l’innovazione nazionale. Made in China 2025 prevede che ciascuno dei 31 esecutivi provinciali e municipali rafforzi alcuni dei settori industriali chiave del piano, secondo una programmazione decisa a tavolino dal governo.

E, in questa guerra per il primato, Pechino è disposta a giocare sporco. “Per le tecnologie chiave a cui è più difficile accedere, la Cina può ricorrere ad approcci aggressivi, come spionaggio industriale o attacchi informatici contro le aziende”, scrive Merics. Si passa da tattiche giudicate dagli analisti più “morbide”, come il reclutamento di talenti e di professionisti chiave da aziende e università perché si trasferiscano nel Paese di mezzo, specie tra le aziende di chip di Taiwan, fino a mosse da guerra commerciale, come lo spionaggio hacker delle aziende tedesche, denunciato dall’intelligence di Berlino.

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