City Hunter, il ritorno del detective al cinema è nostalgicamente onesto


L’anime cult degli anni 80 e 90 torna al cinema il 2, 3 e 4 settembre. La nostra recensione della nuova avventura di Ryo Saeba, il mitico City Hunter

In questi anni di remake, reboot e operazioni nostalgiche, è diventato usuale ritrovarsi davanti a storie e personaggi che hanno segnato i nostri ricordi, o addirittura un momento delle nostre vite. Quindi, nessuno è rimasto davvero stupito davanti all’annuncio di City Hunter: Private Eyes, un nuovo film d’animazione legato all’anime cult andato in onda in Giappone tra il 1985 e il 1991 (in data la sua difficile collocazione sulle reti generaliste, arrivò solo nel 1997). La serie era tratta dal manga di Tsukasa Hojo, pubblicato tra le mitiche pagine della rivista Weekly Shonen Jump (casa di titoli come I Cavalieri dello Zodiaco, Dragon Ball, Kenshiro e moltissimi altri).

Tuttavia, anziché a un reboot (com’è stato invece per i Cavalieri dello Zodiaco di Netflix), qui ci troviamo davanti a un tributo che vuole celebrare i trent’anni della serie, come da sempre accade nell’industria dell’intrattenimento giapponese, affezionata ai suoi eroi più famosi (e remunerativi, come confermano i 12 milioni di euro d’incassi in patria). Cogliere la differenza qui è fondamentale, perché serve a capire come il più grande difetto del film sia anche la chiave della sua riuscita: è identico alla serie originale.

Nexo Digital lo porta City Hunter: Private Eyes nelle sale italiane per tre giorni, 2-3-4 settembre, all’interno della ormai abituale rassegna di anime al cinema.

City Hunter è un poliziesco dalle tinte umoristiche, che racconta i casi e le gesta di Ryo Saeba (Hunter in italiano), un action man a tutto tondo: detective eccezionale, tiratore infallibile, prodigio del combattimento corpo a corpo e abilissimo pilota. Insieme a lui c’è la sua inseparabile socia, Kaori Makimura (Kreta), autoinvestitasi del compito di tenere a bada i bollenti spiriti di Ryo, che ha il vizio di provarci con tutte le donne che incontra.

Per richiedere i loro servigi c’è solo un modo: recarsi alla stazione di Shinjuku, la più affollata di Tokyo e del mondo, e scrivere le lettere Xyz sulla lavagna degli annunci. City Hunter: Private Eyes inizia da qui, con la giovane modella Ai Shindo che chiede aiuto all’agenzia dopo essersi accorta che alcuni criminali la stanno perseguitando, anche se non sa perché. Diventerà presto chiaro che c’entrano qualcosa il suo defunto padre, il quale aveva dei contatti con un misterioso trafficante d’armi, e un amico d’infanzia di Kaori, diventato nel frattempo un magnate delle nuove tecnologie. Per risolvere il caso, Ryo potrà contare sugli amici di sempre, dalla sensuale poliziotta Saeko (Selene) al colossale Falcon, ma anche su tre misteriose sorelle ladre

È subito evidente che ci troviamo davanti a un film pensato come un lungo episodio dell’anime originale, tanto che a dirigerlo è Kenji Kodama, che fu regista delle prime due stagioni. Ogni cosa è esattamente dove l’avevamo lasciata, a cambiare per stare al passo coi tempi sono solo la tecnologia (la lavagna ora è collegata a un’app) e il distretto di Shinjuku, dove spicca il gigantesco Godzilla costruito di recente sopra al grattacielo della Toho. Proprio a Shinjuku è affidato il compito di riportarci alle atmosfere della serie, prima ancora che ai protagonisti, e si tratta di una scelta doverosa, essendo City Hunter una sorta di lunga lettera d’amore a questo immenso quartiere contraddittorio, caotico e solitario, oscuro e luminoso. In quella che forse è la scena più riuscita del film, dal punto di vista emotivo, Ryo porta Ai sul tetto di un palazzo per vedere la città dall’alto e commenta, con la tenerezza di un innamorato: “Anche se è cambiata in peggio, ha sempre il suo fascino”.

A proposito d’amore, Tsukasa Hojo è senza dubbio tra i mangaka più abili nel tessere trame romatiche all’interno delle sue opere rivolte al pubblico maschile, e il rapporto tra Kaori e Ryo ne è la prova evidente. Per anni l’autore è riuscito a descrivere la loro relazione litigiosa, fatta di un sentimento fortissimo negato però da entrambe le parti, riuscendo nell’impresa di non farla risultare stupida e snervante, ma al contrario, intensa e coerente con la vicenda. In questo, purtroppo, il film non è a fuoco come sarebbe potuto essere, e i momenti significativi tra i due sono davvero limitati. Peccato, visto che stiamo parlando del cuore di City Hunter e non di un aspetto secondario.

Al contrario, fin troppo spazio è lasciato al classico umorismo della serie, un po’ slapstick, un po’ sporcaccione, che non è invecchiato bene. In trent’anni i rapporti tra uomini e donne sono cambiati, e le abitudini da maniaco sessuale di Ryo risultano presto moleste, così come la rappresentazione macchiettistica degli omosessuali (e dire che il tema è stato trattato con grande sensibilità dallo stesso Hojo nel manga Family Compo). Tuttavia, il contenuto in sé è perdonabile nell’ottica di riprodurre fedelmente un’esperienza anni Ottanta, tanto più che la criticità viene ironicamente sottolineata in sceneggiatura, quando Kaori intima a Ryo di “mettersi al passo coi tempi” colpendolo con un enorme martello che reca la data “2019“. D’altra parte, Ryo Saeba senza incontrollabili erezioni non sarebbe Ryo Saeba. Il vero problema semmai è la ripetitività, e non sono pochi i momenti in cui al posto dell’ennesima gag si sarebbe preferito un qualsiasi altro approfondimento narrativo. Più spazio per le mitiche sorelle Kisugi – le ladre Occhi di gatto – per esempio, la cui guest starring risulta sacrificata.

Nessuna riserva sulle scene d’azione, invece, che sono ben dirette, ottimamente coreografate e animate sopra la media del resto del film, tanto da risultare esaltanti anche quando prevedibili nell’esito.

Una menzione di merito va fatta anche al doppiaggio, che recupera le voci storiche di tutti i protagonisti, ancora perfettamente calati nei ruoli.

Se si fosse posto come un rilancio del personaggio, City Hunter: Private Eyes avrebbe sicuramente peccato di poco coraggio. La sua natura di omaggio smaccato, invece, gli conferisce una nostalgica onestà che i fan, e in generale chi ricorda l’anime anche solo a grandi linee, apprezzeranno. Resta la speranza che il successo della pellicola spinga Sunrise a realizzare un nuovo film su Ryo e Kaori, sta volta in grado di brillare come un prodotto individuale.

Potrebbe interessarti anche





Source link