Esplora il mondo della tecnologia e del lifestyle con Consigli Tech e Lifestyle di Flavio Perrone

Cloud sovrano, l’Europa ha scritto un algoritmo per trovarlo e sganciarsi dalle big tech. Ma è più facile a dirsi che a farsi

by | Ott 31, 2025 | Tecnologia


Per valutare l’indipendenza tecnologica, i fornitori dovranno dimostrare chi controlla davvero il servizio, fino a che punto sono soggetti alle leggi europee e possono garantire la continuità dell’accesso alle risorse cloud, anche in caso di cambio di proprietà. Dal punto di vista giurisdizionale, occorre assicurare che il livello di esposizione alle leggi altrui sia basso o nullo e che non ci siano clausole che permettano accessi ai dati da parte autorità straniere. A volerlo raggiungere appieno, è un requisito che di fatto taglia fuori gran parte dei fornitori extra-Ue. Così come la richiesta di ricorrere a sistemi open source per raggiungere l’indipendenza tecnologica.

Il controllo sul ricorso ai dati e intelligenza artificiale impone, per esempio, massima trasparenza su chi mette in naso nei server. Solo il cliente può avere accesso crittografico ai dati, non il provider. Inoltre i modelli di AI usati per processare dati comunitari devono essere il più possibile “sviluppati, addestrati e insediati sotto il controllo europeo”. Tradotto: i campioni del settore, con passaporto americano, devono collocare le loro infrastrutture nel vecchio continente e attenersi all’AI Act, il regolamento comunitario sull’intelligenza artificiale. Per la stessa ragione la Commissione chiede che siano installati sul suo territorio anche i centri di sybersecurity (sovranità della sicurezza) e data center alimentati con le rinnovabili (sovranità ambientale).

L’autonomia che non c’è

I due obiettivi che pesano di più nel raggiungimento del punteggio finale di sovranità (ciascuno con il 20%) sono l’autonomia operativa e quella della filiera. La prima spinge per l’integrazione con soluzioni europee, la riduzione al minimo del lock-in tecnologico e le capacità delle aziende locali di fare a meno delle aziende extra-Ue. La seconda invece punta a chiarire l’origine di hardware e software, gli standard operativi e il grado di dipendenza da fornitori non europei.

A seconda del risultato che restituisce l’algoritmo, il fornitore cloud può garantire uno dei cinque livelli di sovranità del servizio. Dal grado zero, con tutta la tecnologia in mano agli operatori extra-europei (che è la situazione più diffusa oggi) al livello quattro, la piena sovranità digitale, riconosciuta solo ad aziende comunitarie che usano tecnologia locale.

Un conto è scrivere un algoritmo. Un conto è farlo funzionare. Quanto questo traguardo della piena sovranità europea sia realmente raggiungibile lo dimostrerà l’esito della gara. Ma ci sono già indizi che la distanza da coprire è ampia. Prendiamo le catene di fornitura. I processori ad alte prestazioni, che servono ai data center in cui far girare l’AI, non si producono in Europa. Li sviluppano Nvidia, Intel, Amd. Tutte aziende statunitensi. O Arm, che invece ha passaporto britannico. Gli stessi colossi del cloud, come Aws e Microsoft, stanno imparando a farsi i chip in casa. E lo stesso dicasi per il software.

L’industria europea protesta

Insomma, che all’Europa riesca di invertire la rotta per mezzo di un algoritmo sembra tutt’altro che scontato. Anche perché a dubitare dello strumento sono proprio le aziende che, secondo la Commissione, dovrebbero beneficiarne di più. Ossia gli operatori cloud del vecchio continente. A mettere nero su bianco i dubbi di questa industria è Cispe, l’associazione che rappresenta i cloud provider europei e conta 38 aderenti.



Fonte

Written By

Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

Related Posts

Impact-Site-Verification: c90fc852-aae7-4b2e-b737-f9de00223cb0