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Cloudflare contesta la multa di Agcom, lo scontro su Piracy Shield continua

di webmaster | Mar 17, 2026 | Tecnologia


La battaglia tra Cloudflare e Agcom non si è fermata alla sanzione da oltre 14 milioni di euro. Dopo la decisione dell’autorità italiana, l’azienda statunitense ha formalmente impugnato la multa e rilanciato le proprie critiche al sistema antipirateria italiano, sostenendo che Piracy Shield rappresenti una minaccia per l’architettura stessa della rete internet.

Cloudflare inquadra la vicenda come una questione che va oltre il singolo provvedimento. L’azienda afferma che la propria missione è contribuire a costruire un’internet più aperta e sicura e che, in alcuni casi, questo significa anche opporsi a norme o regolamenti che potrebbero compromettere il funzionamento della rete. Per questo, secondo la società, la disputa su Piracy Shield riguarda un principio più ampio: stabilire fino a che punto un sistema nazionale possa imporre blocchi su larga scala della rete globale senza adeguate garanzie legali, trasparenza e possibilità di contestazione.

Che cos’è Piracy Shield e perché è controverso

Il cuore dello scontro è il funzionamento di Piracy Shield, la piattaforma introdotta in Italia per contrastare la diffusione illegale di contenuti, in particolare lo streaming pirata di eventi sportivi. Il sistema consente ai titolari dei diritti di segnalare indirizzi IP e siti web sospettati di diffondere contenuti illeciti; una volta ricevuta la segnalazione, i provider devono bloccarli entro 30 minuti.

Nella visione di Cloudflare, questo meccanismo è problematico perché le decisioni di blocco non passano attraverso un controllo giudiziario diretto. Secondo l’azienda, sono soggetti privati – in gran parte società dei media – a indicare cosa debba essere oscurato, mentre ai provider spetta il compito di eseguire rapidamente il blocco.

L’azienda descrive Piracy Shield come una sorta di “scatola nera”: il sistema non renderebbe pubbliche molte informazioni sulle richieste di blocco, né offrirebbe un percorso chiaro per contestarle prima che un sito venga reso inaccessibile sul territorio italiano.

Gli errori e i blocchi collaterali

Cloudflare sostiene che i problemi non siano soltanto teorici. Dalla sua introduzione, il sistema avrebbe già causato diversi episodi di blocchi accidentali che hanno colpito servizi e siti legittimi.

Tra gli esempi citati dall’azienda ci sono l’inaccessibilità temporanea di migliaia di siti ospitati sugli stessi indirizzi Ip di servizi sospettati di pirateria e interruzioni che hanno riguardato anche piattaforme utilizzate per lavoro o studio. Un caso particolarmente discusso ha riguardato il blocco temporaneo di servizi collegati a Google Drive, che per diverse ore ha impedito a utenti italiani di accedere ai propri file.

Secondo Cloudflare, questi episodi derivano dal fatto che molti siti condividono gli stessi indirizzi Ip: quando uno di questi viene oscurato, il blocco può coinvolgere involontariamente centinaia o migliaia di altri servizi.

Il nodo giuridico e il Digital Services Act

La società sostiene inoltre che Piracy Shield potrebbe entrare in conflitto con il diritto europeo. In particolare richiama il Digital Services Act, che impone che qualsiasi limitazione alla diffusione di contenuti online sia proporzionata e accompagnata da adeguate garanzie procedurali.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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