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Cloudflare vs Agcom: cosa succede a internet in Italia se l’azienda lascia il paese

di webmaster | Gen 15, 2026 | Tecnologia


La multa di 14 milioni di euro comminata da Agcom a Cloudflare per la mancata adesione alla piattaforma Piracy Shield ha portato a uno scontro senza precedenti. Il fondatore dell’azienda Matthew Prince, in un post su X, ha addirittura ipotizzato che Cloudflare possa decidere di uscire dall’Italia.

La vicenda, nella quale si registra anche una spaccatura interna all’authority, non ha precedenti. Nel dettaglio, il Ceo di Cloudlfare ha minacciato di “ritirare il supporto gratuito a livello di sicurezza informatica per le imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina, interrompere i servizi gratuiti di cyber security per tutti gli utenti con sede in Italia, rimuovere tutti i server dalle città italiane e annullare qualsiasi piano di apertura di un ufficio Cloudflare in Italia o di effettuare investimenti nel paese”.

Ma quali sarebbero le conseguenze nel breve periodo di una scelta del genere? E quali le ripercussioni sulle infrastrutture Internet se l’authority italiana dovesse continuare ad allargare i confini della sua campagna antipirateria?

Che cosa fa Cloudflare

L’attività principale dell’azienda di Prince è la gestione della trasmissione dei contenuti digitali. In gergo questo tipo di piattaforma viene chiamata Content Delivery Network (Cdn) e rappresenta una delle infrastrutture fondamentali nell’ecosistema di internet. La funzione principale di una Cdn è quella di consentire l’accesso a qualsiasi contenuto con maggiore efficienza, sfruttando una rete distribuita di server nei quali vengono copiati i contenuti stessi. In altre parole, grazie alle Cdn non è necessario accedere a un singolo server centrale, ma è possibile rivolgersi al nodo più vicino per ridurre i tempi di caricamento.

Nel caso dei servizi di streaming video, per esempio, l’uso di una Cdn permette di ridurre i tempi di caricamento e mitigare il rischio di sovraccarico dei server nel caso in cui ci siano dei picchi di collegamenti. Il tutto viene fatto attraverso l’uso di una serie di strumenti specifici, come l’adozione di algoritmi di compressione e un instradamento “intelligente” del traffico. Cloudflare offre questo tipo di servizio in 125 paesi, con 13.000 reti connesse direttamente e una stima di circa 30 milioni di siti che utilizzano i suoi servizi. Tra questi, piattaforme come X, LinkedIn, Coinbase, Zoom, ChatGPT e Spotify. Non è un caso che il “down” di Cloudflare dello scorso 18 novembre abbia avuto ripercussioni pesantissime in tutto il mondo, con servizi che sono risultati inaccessibili per ore.

Nel nostro paese, Cloudflare ha due data center collocati a Milano e Roma. Dall’analisi dei collegamenti diretti e indiretti, l’infrastruttura dell’azienda viene sfruttata anche da numerosi Internet Service Provider tra cui Aruba, Fastweb, Tiscali e Wind Tre. Prince, nel suo post, non ha minacciato di stracciare i contratti con le aziende italiane. L’ipotesi che Cloudflare “rimuova tutti i server dalle città italiane”, però, equivale sostanzialmente a un abbandono completo del paese.

Il nodo della sicurezza

Nel suo post, il Ceo di Cloudflare punta molto sul tema della cyber security e lo fa per un’ottima ragione: i servizi di sicurezza e, in particolare, gli strumenti che permettono di contrastare gli attacchi DDoS, sono una delle attività principali dell’azienda. La tecnica di attacco basta su DDoS (Distributed Denial of Service) prevede l’invio di elevate quantità di traffico per sovraccaricare un server e bloccare i servizi che gestisce. Negli ultimi anni è diventato uno degli strumenti di attacco più utilizzati dai gruppi hacker collegati a governi stranieri, che lo usano per colpire aziende e infrastrutture governative.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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