Com’è andato il dibattito fra i democratici candidati alla Casa Bianca


A imporsi sono stati Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, i quali hanno però dovuto difendersi dall’accusa di fare promesse irrealizzabili e di voler spostare il partito troppo a sinistra

Da sinistra, Marianne Williamson, Tim Ryan, Amy Klobuchar, Pete Buttigieg, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Beto O’Rourke, John Hickenlooper, John Delaney e Steve Bullock
(foto: Justin Sullivan/Getty Images)

Nella serata nordamericana del 30 luglio, quando in Italia era notte, i democratici attualmente in corsa per le presidenziali americane del 2020 sono tornati a sfidarsi in un dibattito a Detroit – il secondo dall’inizio della corsa, dopo quello organizzato lo scorso mese dalla Nbc. Sul palco sono saliti dieci fra i principali candidati alla Casa Bianca (stasera sarà il turno dei rimanenti). Oltre al socialist Bernie Sanders e alla senatrice Elizabeth Warren, nota per le sue battaglie contro lo strapotere di Wall Street e della Silicon Valley, c’erano anche Beto O’Rourke, ex candidato a governatore del Texas; Pete Buttigieg, il sindaco di una città dell’Indiana che è riuscito a raccogliere una quantità di fondi sorprendenti per la sua campagna; il governatore del Montana Steve Bullock; il deputato del Maryland John Delaney; l’ex governatore del Colorado John Hickenlooper; la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar; il deputato dell’Ohio Tim Ryan e la scrittrice Marianne Williamson.

In generale, il dibattito è ruotato soprattutto intorno a un tema molto sentito in America, quello della sanità, e a una domanda: qual è la fattibilità delle proposte presentate?

Lo scontro sulla sanità

Com’è noto, negli Stati Uniti, non esiste un’assistenza sanitaria pubblica: il sistema è basato sulle assicurazioni stipulate dai cittadini e su alcuni sussidi e coperture governative che variano in base all’età e al reddito.

Molti candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti vogliono cambiare questo stato di cose. Bernie Sanders, in particolare, è uno dei principali esponenti di Medicare for All, un piano che prevede di sostituire questo sistema con quello attualmente in vigore in diversi stati dell’Europa – tra cui l’Italia – e che estende la possibilità di curarsi a fasce più ampie di popolazione.

Prima dell’inizio del dibattito, a tutti i supporter di Bernie è arrivata un’email con l’oggetto “Ho scritto io quel dannato disegno di legge”, un aspetto che l’ex sfidante di Hillary Clinton non ha marcato di sottolineare nemmeno durante il duello televisivo.

Il Medicare for All è stato sostenuto con forza anche da Warren. Il deputato del Maryland John Delaney e il governatore del Montana Steve Bullock hanno invece criticato la proposta dicendo che, per finanziarlo, la politica dovrebbe aumentare moltissimo le tasse. Posizioni simili sono state espresse anche dalla senatrice del Minnesota Amy Kloubchar e dall’ex governatore del Colorado John Hickenlooper che ha sostenuto di fare solo “promesse fondate sulla realtà”.

Buttigieg e O’Rourke hanno invece proposto un compromesso. Secondo loro, l’attuale sistema non dovrebbe essere abolito ma bisogna rivedere e aumentare i sussidi per far sì che più persone possano beneficiare di un’adeguata assistenza sanitaria.

Promesse irrealizzabili?

I dieci democratici hanno anche discusso su quale sia la possibilità che le promesse e le riforme dei loro programmi vengano realizzate.

Elizabeth Warren ha ripetuto più volte che, a suo parere, è inutile correre per la Casa Bianca se non si porta avanti un programma coraggioso. “Non capisco perché uno debba prendersi il disturbo di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti per poi limitarsi a parlare di cosa non possiamo fare e di cosa non possiamo ottenere”, ha detto rispondendo a chi la accusava di promettere l’impossibile.

Il discorso più interessante a questo proposito, secondo gli analisti, è stato però quello di Buttigieg. Pete, come si fa chiamare, ha sottolineato l’importanza di rivedere l’intero sistema politico per portare avanti le riforme, qualsiasi esse siano, ed evitare che vengano bloccate a cause dell’ostruzionismo pur essendo realistiche e praticabili. “Quando propongo riforme strutturali radicali come cambiare il modo in cui eleggiamo il presidente, cambiare la costituzione per rimuovere i soldi delle multinazionali alla politica, depoliticizzare la Corte suprema, la gente mi guarda in modo strano, come se fosse una cosa impossibile”, ha detto. “Ma questo paese ha modificato la costituzione per impedirvi di bere alcolici, e poi l’ha modificata ancora quando ha cambiato idea: e voi mi dite che non possiamo farlo?

Chi ha vinto e chi ha perso

Warren e Sanders sono emersi come i vincitori assoluti del dibattito. Il loro merito, secondo la stampa internazionale, è stato anche l’evitare di attaccarsi a vicenda, riuscendo anzi a riconoscere gli aspetti positivi del programma altrui. Entrambi hanno però dovuto difendersi dalle accuse di avere istanze troppo radicali e di voler spostare il Partito democratico sempre più a sinistra.

Ha fatto una buona impressione anche Marianne Williamson, una scrittrice e politica che era stata spesso criticata e derisa per il suo approccio spirituale. Williamson ha mostrato di non avere paura dei big ed è riuscita anche a imporsi stimando il costo delle reparations – ovvero degli indennizzi che il governo federale dovrebbe corrispondere agli eredi degli schiavi neri per il modo in cui sono stati trattati durante la storia – un tema sul quale si sta dibattendo da tempo negli States. “Non si parla di assistenza o sussidi: si parla di ripagare un debito”, ha spiegato. “Ci vogliono tra i 200 e i 500 miliardi di dollari”.

Beto O’Rourke, invece – che era stato definito una stella nascente alle ultime elezioni di midterm – ha fatto fatica a imporsi anche stavolta: i suoi interventi non si sono rivelati ficcanti, e le sue analisi sono apparse piuttosto deboli.

 

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