Accanto a loro compaiono nomi di primo piano come Narendra Modi (India), Luiz Inácio Lula da Silva (Brasile), Recep Tayyip Erdoğan (Turchia), Mark Carney (Canada), Abdel Fattah al-Sisi (Egitto), Abdallah II (Giordania), Nikos Christodoulides (Cipro), oltre ai leader di Albania, Romania, Paraguay e Pakistan.
Come previsto dagli accordi, nel consiglio compare anche Israele, ma secondo quanto riportato da Axios, il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe già mosso le prime critiche. Il leader israeliano non sarebbe stato interpellato nella scelta dei componenti del Board, cosa che, a detta loro, gli Stati Uniti non erano tenuti a fare – e questo lo avrebbe fatto irritare.
Al Board esecutivo, oltre al segretario di stato Rubio, Kushner, Witkoff, Blair, Marc Rowan, Ajay Banga (Banca mondiale) e Robert Gabriel, si aggiungerebbero anche altre figure di supporto, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, e il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, due attori con cui Tel Aviv ha rapporti delicati.
Nelle ultime ore, Trump ha invitato anche il presidente russo Vladimir Putin. A riferirlo è stato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, secondo cui l’invito sarebbe “in fase di valutazione”.
“Non penserò più alla pace”
A rendere il quadro ancor più surreale c’è un dettaglio che sembra uscito da una satira politica. Negli stessi giorni in cui Trump lancia il Consiglio per la pace, spunta una lettera indirizzata alla Norvegia, paese che assegna il Nobel per la Pace. Il tono è risentito, quasi infantile: Trump si lamenta di non aver ricevuto il premio scrivendo nero su bianco che se il mondo non riconosce i suoi sforzi e il fatto che abbia “fermato otto guerre, non ha più motivo di pensare solo alla pace”.
Il paradosso è evidente. Da un lato, il presidente statunitense costruisce un Consiglio internazionale che porta la parola “pace” nella denominazione. Dall’altro rivendica riconoscimenti personali e lascia intendere che l’impegno per la stabilità internazionale possa essere condizionato da un premio mancato.
Il Board of Peace per la ricostruzione della Striscia di Gaza si presenta come un progetto ambizioso, ma porta con sé tutte le contraddizioni del suo ideatore. È una pace che parla il linguaggio del potere, del denaro e della leadership personale, che non passa per le istituzioni multilaterali su cui si fonda l’odierna comunità internazionale, ma per un organismo costruito su misura.



