E su questo punto non posso che chiudere questa carrellata citando Tony Soprano. Tony rimane, a quasi trent’anni dalla prima messa in onda, il personaggio televisivo che ha cambiato tutto. Non solo la serialità come forma narrativa ma il modo in cui la cultura popolare pensa all’uomo e alla sua psiche.
Tony è un boss della mafia del New Jersey. Ha il potere, i soldi, la famiglia, il rispetto… tutto ciò che la mitologia maschile indica come traguardo. Eppure soffre di attacchi di panico. Eppure va dalla dottoressa Melfi e si siede su quel divano settimana dopo settimana, cercando di capire perché, nonostante abbia tutto, si senta sempre sul bordo del nulla.
La grandezza dello sceneggiatore e produttore David Chase è che non risolve mai, nel corso delle sei stagioni, la contraddizione. Tony è contemporaneamente il carnefice e la vittima, il predatore e l’uomo spaventato. Va in terapia ma non cambia. Capisce molte cose su se stesso ma le usa raramente per fare scelte diverse. Il percorso terapeutico di Tony Soprano è forse il ritratto più realistico che la televisione abbia mai offerto della resistenza maschile al cambiamento: la consapevolezza senza alcuna trasformazione.
La porta che è stata aperta da Tony Soprano
Attraverso quella porta sono passati Walter White, Don Draper, Bojack, Carmy, e persino Ted Lasso ciascuno a modo suo, lasciando la propria traccia.Quello che la cultura seriale contemporanea ha capito (e che il cinema classico non poteva o non voleva vedere) è che la fragilità maschile non è un’eccezione al modello: è il modello. Bogart e Wayne e Cooper non erano invulnerabili: interpretavano personaggi costruiti per sembrarlo, in un’epoca in cui quella finzione era necessaria, rassicurante, produttiva.
Oggi quella finzione è diventata insostenibile. E la serialità, con la sua capacità di abitare i personaggi nel tempo, di seguirli nelle camere da letto e nelle cucine e negli studi dei terapeuti, di mostrarli quando non performano, ha trovato lo spazio narrativo per dire ciò che il cinema classico non poteva: che gli uomini hanno paura, che soffrono, che spesso non sanno cosa fare, che il silenzio non è saggezza ma spesso solo incapacità di parlare. Come dimenticare, a questo proposito, vista anche l’uscita del film, i silenzi di Tommy Shelby in Peaky Blinders? Il gangster interpretato da Cillian Murphy è bello, glaciale, elegantissimo, autoritario, quasi scultoreo nella sua capacità di occupare la scena, eppure pieno di mostri e traumi che lo scavano da dentro.
La quasi totalità dei personaggi citati rimangono distruttivi, narcisisti, incapaci di vera empatia. La loro fragilità è spesso esibita più che elaborata. Ma il fatto stesso che siano lì, su quello schermo, a fare i conti con se stessi è già un cambiamento enorme rispetto al tramonto solitario con Gary Cooper a cavallo. Il nuovo eroismo, forse, non è cavalcare verso il tramonto. È restare. È sedersi su quel divano, di fronte a qualcuno, e cominciare a parlare.

