Perché l’intelligenza artificiale ci fa lavorare di più Lavoro nell’era digitale: impossibile fermarsi? L’entrata in scena di nuove tecnologie, incluso l’intelligenza artificiale, ha suscitato grande entusiasmo, promettendo di liberare tempo e aumentare l’efficienza. Eppure, una realtà emerge in modo innegabile:…
Perché l’intelligenza artificiale ci fa lavorare di più
Lavoro nell’era digitale: impossibile fermarsi?
L’entrata in scena di nuove tecnologie, incluso l’intelligenza artificiale, ha suscitato grande entusiasmo, promettendo di liberare tempo e aumentare l’efficienza. Eppure, una realtà emerge in modo innegabile: sembra che lavoriamo di più, non di meno. Dean Halonen, cofondatore dell’azienda software Steelhead, esprime chiaramente questa sensazione, affermando che “il lavoro disponibile non ha limiti” e che gli standard lavorativi sembrano continuamente alzarsi. Questo fenomeno non è affatto nuovo; il passato ci insegna che le innovazioni tecnologiche, piuttosto che regalarci tempo libero, tendono a farci caricare ulteriori responsabilità.
Il caso dell’aspirapolvere: un esempio emblematico
Un esempio rivelatore è quello dell’aspirapolvere. Diletta Huyskes, nel suo libro Tecnologia della rivoluzione, sottolinea come questo strumento non abbia ridotto il tempo dedicato alle faccende domestiche. Al contrario, ha elevato le aspettative riguardo ai livelli di pulizia. Nonostante riduca il tempo speso a pulire, ci si aspetta che le condizioni igieniche si innalzino, portando a una maggiore insoddisfazione. In contesti lavorativi, è facile vedere come questa logica applicata al lavoro possa generare una spirale di carico di lavoro sempre maggiore.
Riunioni virtuali: dall’efficienza al sovraccarico
Un altro chiaro esempio dell’assurdo capovolgimento delle aspettative derivanti dalle innovazioni è l’ascesa delle conference call, principalmente tramite piattaforme come Zoom. Potrebbe sembrare che la possibilità di far riunioni senza doversi spostare aumenti l’efficienza e liberi tempo. Eppure, i dati rivelano una realtà inquietante: dal 2020 a oggi, il numero di riunioni virtuali è aumentato del 250%. La facilità di organizzazione ha avuto l’effetto contrario a quello sperato; piuttosto che ridurre il tempo dedicato a incontri, i professionisti si trovano a partecipare a un numero esponenzialmente maggiore di essi. La conseguenza è il sovraccarico di impegni e l’ulteriore diluzione del tempo dedicato a ciascun compito.
La reperibilità continua e la vita privata
Tuttavia, il principale motore di questa relazione malsana tra tecnologia e lavoro è senza dubbio lo smartphone. Questo dispositivo ha trasformato il modo di comunicare, portando il lavoro direttamente nelle nostre tasche. Di fatto, la possibilità di rimanere sempre connessi ha incrementato esponenzialmente il volume delle comunicazioni professionali. Email, messaggi su WhatsApp, Slack, e simili, interrompono continuamente il tempo “personale” delle persone, rendendo difficile staccare la spina anche nei weekend.
Gabriela Mauch, chief customer officer di ActivTrak, offre una sintesi illuminante: “Non è che l’intelligenza artificiale e altre tecnologie non incrementino l’efficienza. È che il tempo liberato viene immediatamente riutilizzato per ulteriore lavoro”. Se non fosse così, ci troveremmo già nel mondo predetto da John Maynard Keynes, che un secolo fa ipotizzava che, nel 2030, saremmo stati in grado di lavorare solo 15 ore alla settimana.
Conclusione: la necessità di una riflessione critica
In un contesto come quello italiano, dove un equilibrio tra vita lavorativa e personale è fondamentale, è cruciale prendere coscienza di questa tendenza all’aumento del carico di lavoro. Professionisti e aziende sono chiamati a riflettere su come utilizzare la tecnologia non solo per aumentare l’efficienza, ma anche per migliorare la qualità della vita lavorativa. Riconoscere i rischi di sovraccarico e instabilità è il primo passo verso una gestione più sana e sostenibile del lavoro nell’era digitale.
