Dopo sette anni dall’ultima volta, si sono tenute le “elezioni” in Corea del Nord. Piazze gremite di cittadini ordinati, tutti in abiti eleganti, mentre musica e band celebrano un evento nazionale. File davanti ai seggi, bandiere e manifesti ovunque, cori di approvazione. L’apparenza è quella di una democrazia perfetta, ma basta un dettaglio per trasformare l’illusione in incubo: in Corea del Nord, quando si va al voto, non c’è alcuna scelta da fare, neanche quella sul recarsi alle urne o meno. Il 99,99% degli aventi diritto si è infatti “presentato” alle urne per rinnovare l’Assemblea popolare suprema, la cosa più vicina a un’idea di parlamento presente nella dittatura nordcoreana.
Ma come funzionano le “elezioni”
Formalmente i cittadini nordcoreani sono chiamati a eleggere i deputati dell’Assemblea popolare suprema. Le elezioni dovrebbero svolgersi ogni cinque anni e coinvolgere tutti i cittadini adulti. Nella pratica, però, il calendario non è sempre rispettato: le ultime elezioni, infatti, risalgono al 2019 e in passato ci sono stati rinvii ancora più lunghi. Dopo quelle del 1990, il paese avrebbe infatti dovuto indire elezioni nel 1995, ma queste vennero annullate in segno di lutto dopo la morte del fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Il-sung. I cittadini si recarono alle urne nel 1998, con tre anni di ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge. In ogni caso, più che un momento di competizione politica, il voto rappresenta soprattutto una formalità istituzionale.
Il meccanismo è fin troppo semplice: in ogni collegio elettorale viene presentato un solo candidato, scelto dal Partito del Lavoro di Corea. L’elettore riceve una scheda con il nome del candidato e non deve scrivere nulla né fare segni particolari, inserendo la scheda nell’urna, il voto è considerato espresso. In teoria esiste la possibilità di votare contro, barrando il nome o utilizzando una cabina separata, ma farlo significa esporsi immediatamente alle ritorsioni del regime, con rischi personali o politici evidenti. Per questo i risultati ufficiali sfiorano sempre il 100% dei consensi.
Oltre a questo, anche la modalità di partecipazione ha un valore puramente simbolico: gli elettori devono presentarsi in abiti eleganti, come parte del rituale ufficiale delle elezioni, che viene vissuto come una celebrazione della lealtà al regime. Le strade delle città, in particolare di Pyongyang, vengono addobbate con bandiere e manifesti, all’esterno dei seggi vengono organizzate bande musicali, sessioni di ballo e manifestazioni collettive, e chi ha già votato spesso si unisce a danze e cori davanti agli altri cittadini, mostrando pubblicamente la propria adesione al sistema. Il voto, dunque, non è soltanto un atto formale: è un momento di esibizione pubblica del consenso e della disciplina civica, in cui il comportamento, l’abbigliamento e la partecipazione stessa diventano parte del messaggio politico del regime.


