“Se guardiamo alle transizioni verso ruoli più senior, in Italia il divario cresce con il numero di anni di esperienza professionale: dal 5% per la Gen Z, al 9% per Millennials e Gen X, fino al 18% per i Baby Boomer”.
Secondo Farreras Casado, il fatto che il divario sia più ridotto all’ingresso nel mondo del lavoro è un segnale positivo, ma non sufficiente: “È incoraggiante vedere che all’ingresso nel mondo del lavoro la distanza si sia accorciata, ma la vera sfida è garantire pari opportunità di crescita nel lungo periodo. Senza un impegno costante lungo tutto il percorso professionale, la vicina parità iniziale rischia di non tradursi in una leadership equilibrata”.
Inoltre, un altro fattore strutturale che contribuisce al divario riguarda le interruzioni di carriera. A livello globale, il 34% delle donne indica la genitorialità a tempo pieno come principale motivo di pausa lavorativa, contro il 7% degli uomini. Differenze che nel lungo periodo si traducono in minore continuità professionale, meno esperienza accumulata e un accesso più difficile alle posizioni senior. Il tema resta particolarmente rilevante anche nel dibattito politico italiano. Nelle scorse settimane, infatti, è stata bocciata la proposta di introdurre un congedo parentale paritario che avrebbe esteso fino a cinque mesi il congedo retribuito per entrambi i genitori con retribuzione garantita del 100% dello stipendi, superando l’attuale sistema che per i padri prevede solo dieci giorni obbligatori. Il provvedimento è stato fermato per problemi di copertura finanziaria, ma secondo molti osservatori misure di questo tipo potrebbero contribuire a distribuire in modo più equilibrato il carico di cura e ridurre l’impatto della genitorialità sulle carriere femminili.
L’intelligenza artificiale rischia di ampliare il gap
La frenata della leadership femminile coincide con la crescente diffusione dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando ruoli e competenze.
Secondo l’Economic Graph di LinkedIn, in collaborazione con il World Economic Forum, nel 2025 il divario nelle competenze legate all’AI era significativo. In media, nelle 75 economie analizzate, gli uomini che hanno dichiarato skill di AI Engineering su LinkedIn erano circa il doppio delle donne.
Le donne rappresentano il 29% a livello globale e il 35% in Italia di chi indica queste competenze. Se però si considerano anche le competenze dedotte dai profili LinkedIn, la quota femminile sale al 38% nel mondo e al 45% in Italia, mostrando che molte donne possiedono già le competenze richieste, ma non le dichiarano formalmente.
Chi beneficia davvero della rivoluzione dell’AI
Il divario non riguarda solo le competenze, ma anche i ruoli occupati. Tra chi non possiede skill legate all’AI, le donne sono più spesso impiegate in lavori che la GenAI rischia di trasformare o automatizzare, con una percentuale del 38% rispetto al 31% degli uomini a livello globale. Tra coloro che invece hanno competenze AI, prevalgono i cosiddetti ruoli “augmented”, in cui l’AI aumenta produttività e valore del lavoro. Anche in questi casi il vantaggio resta maschile: il 65% degli uomini lavora in queste posizioni contro il 57% delle donne.


