Milano avrà inevitabilmente una scala diversa, ma l’impianto è simile. Il Comune immagina un centro capace di offrire accoglienza, ascolto e orientamento, affiancati da consulenze specialistiche sulle tematiche LGBTQIA+. Oltre al supporto a giovani e persone isolate per il loro orientamento, non mancheranno attività legate alla salute, all’informazione e alla prevenzione, servizi di assistenza legale per le vittime di reati d’odio di matrice omotransfobica e un supporto alle persone migranti LGBTQIA+, comprese le procedure di richiesta di protezione internazionale.
Un luogo anche per conservare la memoria del movimento
Accanto alla dimensione dei servizi, è previsto anche uno spazio di confronto e uno spazio espositivo per eventi culturali, incontri pubblici e iniziative aperte alla città. Oggi a Milano esiste già un patrimonio vastissimo legato alla storia dei diritti LGBTQIA+, come quello conservato dal Centro di documentazione omologie, che raccoglie migliaia di libri, riviste, fumetti e materiali d’archivio, spesso difficili da consultare proprio per la mancanza di spazi adeguati.
Intanto il CIG-Arcigay, che da sempre è promotore del progetto, non può che accogliere positivamente questa notizia. “Il progetto del Rainbow Center è un progetto di cui siamo sempre stati promotori e che crediamo possa dare molto alla città”, spiega la presidente del CIG Alice Redaelli, “Crediamo che Milano sia casa di una delle più grandi comunità LGBTQIA+ italiane ed è spesso un punto di riferimento per i diritti e l’accoglienza. Siamo anche una città in cui c’è tantissimo volontariato, e con gli spazi adeguati queste energie positive non possono che crescere a favore di tutti.”
Un luogo quindi di aggregazione, per tutte le età, e per tutte le comunità: “È il segno che un futuro migliore si può immaginare e si può creare se ci sono le energie per farlo”, prosegue Redaelli, “E credo che la città di Milano non solo ne abbia bisogno, ma che se lo meriti”.
I modelli di riferimento sono chiari, Barcellona e New York: “New York è un luogo grande, riconoscibile, che negli anni è diventato un punto di riferimento non solo per chi vive la città, ma anche per chi la visita”, spiega la presidente, “E anche realtà come Barcellona dimostrano quanto sia importante che questi centri siano pensati come parte integrante della città, non come luoghi separati”.x
I prossimi passi: a tutta velocità dopo le Olimpiadi
Che l’annuncio sia arrivato a dicembre non è un caso. Milano si appresta ad accogliere atleti e visitatori da tutto il mondo per le Olimpiadi, e lo farà anche con una Pride House, ovvero uno spazio sicuro, aperto e visibile per atleti, tifosi, attivisti e la comunità LGBTQIA+. Un contesto che rafforza l’idea di una città inclusiva e riconoscibile a livello internazionale.


