Come sono le proteste di Hong Kong viste da Hong Kong


Eroici giovani pro-democrazia contro il totalitarismo cinese o semplici cittadini impoveriti e risentiti? Siamo capitati nella città-stato asiatica nei giorni delle più grandi (e violente) proteste della sua storia recente

Una foto delle prime proteste dell’estate di Hong Kong (foto: Anthony Kwan/Getty Images)

Quando arrivo a Hong Kong la prima cosa che faccio è scrivere a un conoscente che vive lì e chiedergli com’è la situazione. “Tranquilla”, mi risponde, “questa settimana è stata insolitamente tranquilla”. Parla della settimana successiva all’occupazione dell’aeroporto, il 9 agosto, che ha attirato sul movimento di protesta contro l’Elab, la legge sull’estradizione in Cina, l’attenzione dei media di tutto il mondo – e che, per la prima volta da quando sono iniziate le manifestazioni, l’ha attirata non proprio in modo positivo. L’azione dei manifestanti ha costretto le autorità a cancellare tutti i voli per due giorni causando oltre 70 milioni di dollari di perdite, ma sono state le violenze subite da un giornalista del quotidiano cinese Global Times sequestrato dai manifestanti a colpire l’opinione pubblica.

Per questo dal giorno dopo sui social sono cominciate a comparire foto di manifestanti con cartelli in cui chiedevano scusa. E per questo quando arrivo la situazione è tranquilla: non sembra di stare in una città al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Quando mi dà le chiavi della camera, il proprietario dell’ostello dove risiedo – al decimo piano di un complesso famoso per offrire “le sistemazioni più budget-friendly di Hong Kong” e che oltre a quelle ospita solo negozietti pakistani e cambiavalute – mi dice che “Hong Kong in questo momento ha un grosso problema”. Sì, ho sentito, gli dico, le proteste. Ma lui intende l’economia. “Le cose non vanno bene per niente”. 

È qualcosa che avevo come presagito osservando la dimensione delle proteste che stanno infiammando la città negli ultimi mesi e che ho constatato subito sulle mie tasche paragonando i prezzi a quelli della mainland China, la Cina continentale. A Hong Kong muoversi in metropolitana costa 10 volte più che nella mainland; mangiare costa il triplo. Il costo degli affitti poi è proibitivo, mediamente intorno al 70% degli stipendi, è tutto ciò per uno spazio vitale ridotto al minimo. La mia stanza è di 5 metri quadri, e nel letto tocco il muro sia con i piedi che con la testa. Non che i local ci stiano poi molto, in casa: stando a una ricerca di Ubs del 2016, HK è la città dove mediamente si lavora più ore in tutto il mondo.

Secondo l’esperto di Cina Carl Zha è il fattore economico – e in particolare il problema abitativo – la chiave per comprendere perché due terzi degli abitanti di Hong Kong stanno partecipando alle manifestazioni (o le vedono comunque con favore). Nel 1997 non c’è stato solo il ritorno della città alla Cina ma anche la crisi finanziaria asiatica, che a Hk ha fatto scoppiare una bolla immobiliare e portato quasi alla bancarotta una nascente middle class di piccoli proprietari. Da allora – grazie alla pressione dei magnati dell’edilizia, che sono i veri padroni economici della città, e a proteste popolari – le 20-30mila nuove unità di edilizia pubblica annue che si costruivano negli anni Novanta sono diventate 2mila, cosa che ha stimolato la speculazione e fatto schizzare i prezzi alle stelle. 

Dati questi presupposti, non sorprende che le proteste di oggi a Hong Kong siano proteste di massa. M., un expat sulla quarantina che si è trasferito a Hong Kong di recente con la famiglia, è piuttosto chiaro. “Sento dire che le proteste sono per la libertà e la democrazia”, mi dice. “Sì, è vero, gli slogan chiedono la libertà e la democrazia, ma le radici sono economiche. Due milioni di persone su sette milioni di abitanti non scendono in piazza se non ci sono motivi economici”. Lui stesso mi racconta di aver lasciato Hk città per Sai Kung, un villaggio sul mare a 30 minuti di auto, dove il costo degli affitti è più basso. “La città costa troppo, e in più non c’è spazio. La zona dove stavo io credo sia quella con la più alta densità abitativa per chilometro del mondo”.

In ogni caso, il trovare una situazione tranquilla al mio arrivo non vuol dire che il movimento di protesta si sia fermato. Passando davanti alla sede del Legco, il parlamento di Hong Kong, trovo il primo sit-in. Ci sono poche centinaia di persone, con sui cartelli le solite domande diventate ormai canoniche del movimento di protesta: il ritiro definitivo della legge sull’estradizione; l’annullamento della classificazione delle proteste come riot; un’inchiesta indipendente sulle violenze della polizia; il suffragio universale. 

G., un expat che vive a Hong Kong da due anni e ha partecipato ad alcune proteste pacifiche, mi dice la sua su queste cinque domande. “È chiaro che sono cose irraggiungibili, ma penso che siano state scelte anche per questo. I manifestanti sanno che non otterranno niente comunque e per questo formulano richieste così grandi. Sono più rivolte al movimento di protesta stesso che al governo”. È anche per questo che le azioni più pragmatiche – come, ad esempio, la marcia di protesta dell’associazione dei parenti di poliziotti per chiedere un’inchiesta indipendente sulle violenze della polizia, a cui ho assistito direttamente – sono meno partecipate delle azioni simboliche e/o di grande impatto mediatico.

L’ultima di queste avviene proprio mentre sono a Hong Kong: è la catena umana del 23 agosto. Dalle otto alle nove di sera, i manifestanti si sono organizzati per ritrovarsi fuori da alcune stazioni della metropolitana, mettersi in fila e tenersi per mano, creando una catena umana che ha attraversato tutta la città. L’idea era di replicare esattamente 30 anni dopo la catena umana fatta il 23 agosto 1989 dai manifestanti di Lettonia, Estonia e Lituania per chiedere (alla fine, con successo) l’indipendenza dall’Unione Sovietica. 

L., nata e cresciuta a HK, ha studiato negli Usa ma è tornata per lavoro, anche se non vuole rimanere a Hong Kong per tutta la vita. Anche lei quella sera ha partecipato alla catena umana. Lei in piazza ci va per idealismo. “Hong Kong è diversa dalla Cina, ha una storia diversa e non è stata parte della Cina per tanti anni”, mi dice. “Qui c’è più libertà, più apertura ed è per difendere queste caratteristiche che stiamo protestando”.  

Nel movimento di protesta ci sono principalmente di giovani, ragazzini anche di 15 anni”, continua L. “A muoverli non sono certo l’economia o il costo degli affitti e della vita, ma libertà e democrazia”. “Io ho alcuni conoscenti nel movimento di protesta”, mi dice G. “Non sono frontliner [il termine con cui si indicano i “black bloc” vestiti di nero, con caschi e vestiti rinforzati, che fanno gli scontri con la polizia] ma sono molto coinvolti. Sono giovanissimi e anche loro non sono in piazza per l’economia ma perché vogliono difendere le loro libertà, e sono pronti a tutto”.

Almeno per quanto riguarda le frange più attive dei manifestanti, quelli che stanno in prima fila, si fanno sentire di più e formulano gli slogan e le parole d’ordine che vengono poi adottati da tutto il movimento di protesta, è innegabile che sia così. Chiedono libertà, democrazia e sostengono ci siano differenze radicali tra Hong Kong e la Cina. Sono queste le cose che si leggono sui democracy wall, i muri della democrazia, ovvero le pareti dei sottopassaggi tappezzate di post-it su cui chiunque può scrivere. Ma è anche vero che questa è solo una parte dei milioni di manifestanti, e che i ventenni di Hong Kong, nati a cavallo dell’handover alla Cina del 1997, sono troppo giovani per avere esperienza diretta di com’era prima. Sono figli della crisi. Insomma: l’economia si può anche cacciare dalla porta, ma occhio che la finestra è aperta.

In ogni caso, la catena umana è venuta benissimo. Ho camminato per quasi mezz’ora li di fianco e non accennava a finire. Oltre a tenersi per mano, i manifestanti tenevano alti i cellulari con la torcia accesa e fischiavano quando qualche auto di passaggio suonava il clacson per mostrare supporto. Il simbolismo è però problematico: da una parte sembra confermare la narrativa più diffusa sulle proteste di Hong Kong, quella che piace molto all’opinione pubblica liberale occidentale, e cioè che in campo ci sono eroici giovani pro-democrazia che sfidano il totalitarismo cinese; dall’altra, ricalcare una protesta antisovietica riuscita nel suo anniversario suona come una sfida verso la Cina, a cui si augura di fare la stessa fine dell’Urss, e sembra confermare l’altra narrativa sulle proteste, quella spinta dal campo filo-cinese, e cioè che si tratta dell’ennesima rivoluzione colorata creata ad arte dall’imperialismo americano. Da questo punto di vista lo slogan più scandito – “Free Hong Kong” – non aiuta, così come non aiutano i cartelli con le bandiere dell’epoca coloniale o le richieste di un intervento americano.

Se la catena umana si svolge senza incidenti, già nei giorni successivi la situazione si fa più calda. Anche se non ti trovi sul posto, gli scontri ti arrivano lo stesso: li vedi dalla metropolitana che all’improvviso chiude il traffico su una linea, dai giornalisti con le pettorine gialle che si spostano da una parte all’altra della città per seguire le proteste e dai nuovi graffiti che compaiono in giro per la città – “No China”, “Free Hong Kong”, perfino un “Chinazi” e un paradossale “Hasta La Victoria Siempre”. Durante la mia ultima sera in città arriverà la notizia di un’escalation nel livello degli scontri (bottiglie molotov da una parte, idranti – mai usati prima – dall’altra), dell’arresto di un 12enne, di un poliziotto che durante gli scontri ha sparato un colpo in aria.

Secondo G., comunque finiscano le agitazioni, l’aspetto che più durerà di queste proteste sta proprio nel rapporto tra governo e polizia da una parte e popolazione dall’altra. “Si è rotto qualcosa e non vedo come possa tornare a posto”, mi dice. “La polizia ha esagerato troppo e ormai è completamente screditata, nessuno si fida più. Il governo vuole aspettare e lasciare sfogare il movimento ma non penso possa farlo, proprio perché dall’altra parte c’è gente che non va in piazza in modo rabbioso e nichilista, senza la speranza di ottenere qualcosa”.

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