Paradossalmente anche il primo Dizionario esplicativo della lingua russa redatto nel Diciottesimo secolo, all’epoca dello zar Pietro il Grande fu uno strumento usato dal potere per tracciare la direzione politica del Paese. Con la differenza che allora la Russia guardava a Occidente e quel primo dizionario fu usato per introdurre e normalizzare delle parole straniere con il chiaro obiettivo di europeizzare la Russia.
“Pietro il Grande voleva aprire la Russia all’Europa – osserva Piretto –. Oggi, invece, la Russia torna a chiudersi, a isolarsi, a ergersi come un monumento fondato su valori spirituali e morali. E questa invocata tradizione rischia di trasformarsi in una vera condanna per il popolo, almeno per quella parte della società che coltiva aspirazioni diverse”.
Un’operazione politica
La pubblicazione di questo Dizionario si inserisce in un’operazione politica molto più ampia, iniziata almeno nel 2005 con l’emanazione di una legge che stabilisce il russo come lingua di Stato valida su tutto il territorio della Federazione russa, un paese in cui convivono almeno 160 popoli diversi, quaranta dei quali indigeni. “Quella fu l’ennesima operazione colonialista – osserva Piretto –, che puntava a rendere il russo non soltanto una lingua franca, ma la lingua dominante”.
Poi, come ricorda Piretto, dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina ci sono stati anche altri “esperimenti didattici”: dai nuovi libri di storia curati dall’ex ministro della Cultura Vladimir Medinskij alle lezioni “su ciò che conta” (Rasgovory o glavnom), che portano l’ideologia di Stato e il culto della guerra nelle scuole.
Secondo alcuni studiosi, questo dizionario potrebbe dunque rappresentare un nuovo tassello nel più ampio mosaico per affermare la Russia come potenza e civiltà a sé stante. “Pensiamo alla russkaja idea, all’idea russa, che già in passato affermava la superiorità dello spirito russo. Oggi osserviamo una rivisitazione di concetti antichi, naturalmente con molta mistificazione”.
L’impatto sulla società
“Se si comincia fin dalla scuola a limitare il lessico e a stabilire quale sia il linguaggio legittimo e permesso, le implicazioni in termini di censura sono evidenti – osserva Piretto –. Ovviamente però la lingua viva, quella parlata tutti i giorni, continuerà a esistere e a trasformarsi indipendentemente dal regime. Lo fa però in modi diversi, a seconda delle condizioni: in esilio, per esempio, i russi emigrati stanno dando forma a una lingua ibrida, russificando termini inglesi o anglicizzando parole russe; in patria, invece, dove ci si deve adattare alle scelte linguistiche ufficiali, il lessico subisce le imposizioni dall’alto, ma continuerà a resistere negli spazi privati, nelle riunioni tra amici e familiari”.


