Per capire cosa sia il pompaggio idroelettrico, facciamo un passo indietro. I sistemi di stoccaggio sono gli eroi invisibili della transizione energetica. Anche se non ricevono la stessa attenzione degli impianti di generazione, sono altrettanto importanti, forse persino di più. Senza di loro, infatti, la rete elettrica sarebbe costretta a rincorrere costantemente la produzione da sole e vento, con il rischio di sprechi e instabilità. I sistemi di stoccaggio più diffusi sono quelli elettrochimici, basati cioè sulle batterie. Ma un affidamento eccessivo a questa tecnologia, al di là dei costi, pone un tema di dipendenza dalle forniture di minerali e dalle filiere industriali estere, in particolare cinesi.
Come accumulare energia in alto mare
Per limitare questi rischi e diversificare le soluzioni, il pompaggio idroelettrico rappresenta un’opzione molto valida. Una centrale di pompaggio, in un certo senso, è una grossa “batteria d’acqua”. Nei momenti di surplus energetico, l’acqua viene pompata verso un bacino posizionato in alto e conservata lì; quando c’è bisogno di energia, viene fatta scendere a valle, azionando delle turbine e generando elettricità. Costruire un impianto del genere, però, è spesso complicato per via dei lunghi processi autorizzativi – che devono tenere conto dell’impatto ambientale – e dei tempi dilatati di realizzazione, oltre che dei vincoli geografici. Ma una startup italiana potrebbe aver trovato una soluzione: spostare il pompaggio idroelettrico dalla terraferma al mare aperto.
Come funziona il pompaggio idroelettrico offshore di Sizable Energy
La milanese Sizable Energy ha sviluppato un sistema di accumulo offshore che sfrutta la profondità dell’oceano anziché il dislivello tra due bacini in montagna. L’impianto è composto da due serbatoi, uno ancorato al fondale e l’altro galleggiante in superficie, collegati da un tubo: alla vista, sembra una grossa ciambella gonfiabile. Per immagazzinare energia, si procede a pompare la salamoia marina satura (una soluzione ricca di sale, più densa dell’acqua) dal basso verso l’alto; viceversa, quando si vuole immettere energia nella rete, la salamoia viene fatta scendere per gravità verso il fondale, facendo ruotare delle turbine reversibili e generando elettricità.
Rispetto alle batterie, la tecnologia di Sizable Energy garantisce uno stoccaggio di lunga durata, non limitato a poche ore, e non contiene materiali difficili da reperire ma componenti già diffusi nell’industria navale e petrolifera. A differenza del pompaggio idroelettrico “tradizionale”, invece, non consuma suolo, né impatta sul paesaggio, risultando invisibile dalla costa, e utilizza un design modulare facile da replicare. Il sistema, poi, potrebbe integrarsi bene con gli innovativi parchi eolici galleggianti – particolarmente adatti al mar Mediterraneo, dove i fondali profondi complicano la fissazione delle turbine – e si presta anche a possibili sinergie con gli impianti di energia marina, come quelli che sfruttano il moto ondoso e le maree.
I finanziamenti necessari per la messa in commercio
A settembre il sistema di Sizable Energy è stato collaudato presso l’istituto di ricerca Marin, nei Paesi Bassi, che ne ha confermato l’affidabilità in condizioni di mare agitato. Prossimamente, la startup procederà a una prova al largo delle coste di Reggio Calabria e poi all’installazione di un impianto dimostrativo nel Mediterraneo. Le acque calabresi, peraltro, ospiteranno i parchi eolici galleggianti Minervia Energia ed Enotria (entrambi nei pressi di Catanzaro) e sono state utilizzate per le ricerche di Wavenergy, startup che sviluppa tecnologie per l’energia marina.
A fine ottobre Sizable Energy ha raccolto 8 milioni di dollari per accelerare il percorso verso la commercializzazione del suo sistema. “Il tassello mancante, fino al recente round di investimenti, erano le risorse finanziarie necessarie a completare l’ingegnerizzazione e la qualifica tecnologica dei componenti ‘core’ del nostro sistema: il serbatoio flessibile galleggiante e le pompe-turbine reversibili”, ha spiegato a Wired Simone Biondi, co-fondatore e Vice President Business Development di Sizable Energy. “Ora il focus si sposta, quindi, sullo sviluppo di un dimostratore in scala megawatt. Questo step ci permetterà di testare la tecnologia su dimensioni preindustriali e di ottenere la qualifica tecnologica da parte degli enti di certificazione primari. Ciò che fortunatamente non manca”, prosegue, “è il quadro regolatorio: nell’ultimo anno abbiamo verificato che il percorso autorizzativo non richiederà nuove normative ad hoc, ma potrà beneficiare del framework che si è delineato per l’eolico e il fotovoltaico offshore”.
Il mare aperto non va sottovalutato
La startup intende portare la sua tecnologia anche all’estero, mentre in Italia sta già lavorando allo sviluppo di una serie di progetti con una capacità complessiva di oltre 10 gigawattora, dice Biondi. Ma quali sono le maggiori sfide ingegneristiche per un sistema di accumulo del genere?

