“Questo crea una tensione: anche se vuole difendere la sovranità, deve garantire risultati economici. Allo stesso tempo, non può permettersi di essere percepito come qualcuno che vende i diritti territoriali in cambio di sicurezza energetica. Anche se decidesse di avviare una cooperazione energetica con la Cina, resta il dubbio su quanto possa spingersi oltre, perché deve tenere conto delle pressioni interne. È probabile che procederà con cautela, senza impegni troppo forti”, continua Koh.
“Non credo che i due Paesi saranno in grado di impegnarsi in modo produttivo sullo sviluppo congiunto di giacimenti petroliferi e di gas, dato che tentativi simili sono falliti in passato”, concorda Quitzon. “Sebbene il sentimento dell’opinione pubblica filippina contro gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran stia crescendo, soprattutto a causa della conseguente crisi del carburante, il sentimento anti-Cina rimane nettamente più forte. Se Marcos rinunciasse alla linea dura sulle rivendicazioni territoriali in cambio di uno sviluppo congiunto nel settore energetico, cosa che ritengo assai complicato pensare, l’opinione pubblica filippina sarebbe furiosa”.
Nel frattempo, peraltro, le tensioni restano alte. Ci sono stati incidenti recenti nel Mar cinese meridionale, con manovre ravvicinate tra navi militari: “È possibile che Marcos veda nella crisi energetica un’opportunità per avviare un dialogo e ridurre le tensioni“, sottolinea Koh.
L’offerta (difficile da accettare) a Taiwan
L’offerta più esplicita, e forse meno usuale, di Pechino in materia di energia è però quella avanzata a Taiwan. L’isola dipende infatti per il 97-98% del proprio fabbisogno energetico da importazioni, con una quota dominante di combustibili fossili trasportati via mare. Il sistema elettrico è fortemente sbilanciato sul gas naturale liquefatto, interamente importato. A differenza di Giappone e Corea del Sud, Taiwan non produce energia nucleare, dopo che l’anno scorso è stato spento anche l’ultimo reattore presente sul suo territorio.
Questa configurazione rende Taiwan esposta agli shock dei prezzi e a eventuali interruzioni delle rotte marittime, soprattutto per un’economia altamente industrializzata e dipendente da una fornitura continua e stabile di energia necessaria all’immenso comparto tecnologico, a partire dalla cruciale fabbricazione di microchip. Non è un caso che Taipei stia accelerando la ricerca di forniture alternative, anche dagli Stati Uniti, e abbia riaperto il dibattito interno su un possibile rilancio dell’atomo civile.

