Coronavirus, tutti gli errori italiani nella gestione della crisi



Da Wired.it :

Abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento le risposte italiane all’epidemia: no, non è “andato tutto bene”. Per uscire dalla crisi servono piani strategici e la capacità di anticipare gli eventi, mentre qui si naviga a vista

Sono ormai passati due mesi e mezzo da quando, il 30 gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato l’emergenza internazionale per il nuovo coronavirus. Da quel momento nessun paese al mondo poteva ritenersi assolutamente al sicuro dal misterioso agente infettivo che aveva già messo sotto scacco decine di milioni di persone a Wuhan e nella provincia cinese dell’Hubei. I governi e i sistemi sanitari di tutto il mondo dovevano prepararsi al peggio: una pandemia potenzialmente devastante per la salute e l’economia globale. Ogni stato avrebbe quindi dovuto dotarsi di un piano strategico per gestire il rischio, ormai concreto, che il contagio dilagasse anche fuori dalla Cina.

In quei primi giorni il governo italiano ha reagito con prontezza. Subito dopo l’allerta dell’Oms, l’Italia ha dichiarato lo stato di emergenza e ha sospeso i voli diretti con la Cina. Pechino ha protestato e l’Oms gli ha dato ragione: limitare gli spostamenti avrebbe potuto rivelarsi un danno anziché un beneficio. Si perdeva infatti l’opportunità di tracciare i passeggeri in arrivo, che avrebbero potuto comunque entrare in Italia facendo uno scalo in Europa, ed eludere così ogni controllo all’ingresso.

È quel che accadrà, ma lo scopriremo soltanto tre settimane dopo. Il 18 febbraio un 38enne di nome Mattia si presenta all’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, con i sintomi di una leggera polmonite. Giovane, sportivo, senza malattie pregresse: nessuno pensa al nuovo coronavirus. Invece è così: le sue condizioni si aggravano e il 20 febbraio Mattia viene ricoverato in terapia intensiva. È lì che gli viene fatto un tampone: positivo. Ci siamo. Ricostruire la catena del contagio fino al paziente zero si rivela però impossibile perché, con ogni probabilità, la Covid-19 circola in Italia già da settimane senza che nessuno se ne sia accorto, magari scambiata per un’influenza o portata in giro da persone asintomatiche. Il nostro sistema di sorveglianza non è riuscito a intercettare l’ingresso del virus in Italia, che adesso ha già un bel vantaggio.

Prova a prendermi

Arrivati a questo punto, però, si perdono altri giorni preziosi. E sono giorni cruciali perché, come spiega un’analisi pubblicata sulla rivista Harvard Business Review, il momento migliore per intervenire è agli esordi di un’epidemia, quando la minaccia appare ancora contenuta, o quando non si sono ancora manifestati i primi casi di contagio. Le epidemie, spiegano i ricercatori, sono difficili da affrontare perché evolvono in modo non lineare: cominciano con una manciata di casi che si moltiplicano in modo esponenziale. Serve coraggio per imporre interventi drastici quando ancora non sembra necessario. E nonostante il precedente della Cina, quel coraggio in Italia è mancato.

A nostra difesa va detto che siamo stati prima democrazia liberale a fare i conti con la necessità di introdurre restrizioni alle attività produttive e alle libertà personali. E per di più in uno scenario di enorme incertezza. Ammettiamolo: ben pochi di noi avevano immaginato di trovarsi a vivere sulla propria pelle il dramma degli abitanti di Wuhan. Come ha detto Sandra Zampa, sottosegretaria del ministero della Salute, l’Italia ha guardato alla Cina non come a un monito, bensì come a “un film di fantascienza che non ci riguardava”.

Sta di fatto che il governo ha adottato i primi provvedimenti soltanto il 23 febbraio, con l’istituzione di una zona rossa intorno a dieci cittadine del lodigiano e a Vo’, in provincia di Padova. In quel momento i contagi accertati erano già 130 ma il premier Giuseppe Conte si era sentito di rassicurare gli italiani affermando in tv che l’aumento dei casi è dovuto al fatto che noi facciamo più tamponi degli altri paesi. In realtà, allora come oggi, il numero di tamponi è insufficiente per evidenziare la reale diffusione del virus.

Il 27 febbraio i contagi erano già saliti a 400. Eppure, mentre la curva epidemica cominciava a impennarsi, la comunicazione politica prendeva la direzione opposta. Sono, questi, i giorni della campagna “Milano non si ferma” promossa dal sindaco Giuseppe Sala, dei locali che riaprono la sera e del famigerato aperitivo del segretario del Pd Nicola Zingaretti. La smania di lasciarsi alle spalle la crisi contagia anche i giornali italiani, che aprono con titoli a nove colonne di questo tenore: “Virus, ora si esagera. Diamoci tutti una calmata” (Libero), “Riapriamo Milano” (Repubblica), “Morti di Coronavirus in Italia? Zero” (Il Giorno).

In quell’ultima sciagurata settimana di febbraio si commette l’errore più grave che si possa fare nella comunicazione di emergenza: sminuire il rischio, offrendo false rassicurazioni che finiscono per indurre le persone a ignorare il pericolo di contagio. Un errore che, dopo il processo seguito al terremoto dell’Aquila – finito con una condanna a Bernardo De Bernardinis, allora vicecapo del Dipartimento di Protezione civile, per avere rassicurato in modo scorretto e inopportuno la popolazione aquilana – speravamo che non potesse ripetersi. E di cui invece stiamo ancora pagando le conseguenze.

Sempre un passo indietro

L’8 marzo i casi sono ormai oltre settemila. Il governo sigilla per decreto la Lombardia e altre 14 province del nord Italia, imponendo restrizioni a circa 16 milioni di persone: un provvedimento accompagnato da una scia di polemiche per il caos scatenato dalla bozza trapelata ai giornali prima dell’annuncio ufficiale. Un pasticcio tra i tanti di una comunicazione istituzionale frammentata, incoerente e approssimativa: si pensi ai messaggi notturni del premier Conte, per lo più vuoti di contenuti e ridicolmente trasmessi dal suo profilo Facebook personale @GiuseppeConte64. E più in generale all’incapacità di offrirsi come una guida credibile nell’emergenza, parlando ai cittadini con una voce sola e spiegando in modo chiaro il significato e l’importanza delle norme sulle restrizioni, che purtroppo hanno invece generato continui fraintendimenti.

Due giorni dopo, il 10 marzo, il lockdown viene esteso all’intero paese. Ma secondo gli esperti è ormai tardi. In un’intervista al New York Times Walter Ricciardi, consulente scientifico del governo per la gestione dell’emergenza Covid-19, ha raccontato che il ministro della Salute aveva faticato non poco per convincere i colleghi dell’esecutivo ad agire più in fretta, e che la divisione dei poteri tra Roma e le regioni ha intralciato la catena di comando. Ricciardi ammette che si sono persi dieci giorni prima di fare ciò che si doveva fare. E dieci giorni sono un’eternità di fronte a un virus che si diffonde così velocemente.

Analizzando la gestione italiana dell’epidemia, gli esperti della Harvard Business School hanno puntato il dito sulle tempistiche dei decreti adottati dal governo per arginare il contagio: un approccio graduale giudicato incompatibile con la diffusione esponenziale del coronavirus. “Di conseguenza, l’Italia ha seguito la diffusione del virus piuttosto che prevenirlo”, si legge nell’articolo pubblicato dalla testata. Un’analisi, peraltro, in pieno accordo con quella del New York Times: “Nei suoi tentativi di interrompere il contagio, adottati uno per volta, (isolando prima le città, poi le regioni, quindi chiudendo il Paese in un blocco intenzionalmente permeabile) l’Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del virus”.

Nella gestione dell’emergenza, in altre parole, anziché agire in modo proattivo, si sono inseguiti gli eventi, arrivando sistematicamente in ritardo. In un’intervista a Repubblica del 23 marzo, il capo della Protezione civile Angelo Borrelli ha spiegato che gli interventi devono essere sempre proporzionati al rischio, come prescritto dai protocolli. Ammettendo però che “l’epidemia va più veloce della nostra burocrazia”.

Il caso della Lombardia fuori controllo

Nel corso dell’emergenza è emersa una grave difficoltà di coordinamento e la mancanza di una strategia condivisa fra le diverse istituzioni coinvolte – la presidenza del consiglio, il ministero della Salute, la Protezione civile, le Regioni – con il risultato di offrire messaggi incoerenti a una cittadinanza sempre più confusa. Una dissonanza che a più riprese è sfociata in scontro aperto con la Regione Lombardia, a tutt’oggi l’epicentro del contagio, dove si concentrano più di un terzo dei casi confermati (oltre 66 mila, al 19 aprile) e la metà delle vittime italiane (12.213 su un totale di 23.660).

Con il passare dei giorni è diventato evidente come in Lombardia la situazione sia sfuggita al controllo. Si dà ormai per scontato che il numero delle vittime sia molto più alto di quello ufficiale e sul dramma delle residenze per anziani (Rsa) indaga la magistratura. Tutte le fonti a disposizione dicono che il contact tracing, quando presente, è stato fallimentare. E il ritardo nella chiusura delle aree più colpite della bergamasca ha avuto esiti tragici. Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, un estenuante rimpallo di responsabilità tra il governo centrale e la Regione Lombardia – con la complicità delle pressioni esercitate dal mondo produttivo per non chiudere le tante aziende presenti in quell’area – ha contribuito a ritardare l’istituzione di una zona rossa nei comuni di Alzano e Nembro. Nell’impossibilità di circoscrivere il focolaio e consentire la tracciatura dei contagi, ben presto è divampato un incendio.

Sul sito del New England Journal of Medicine l’anestesista e rianimatore Mirco Nacoti, insieme ad altri colleghi dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha raccontato il dramma vissuto in molti ospedali lombardi, dove gli operatori sanitari sono stati costretti a operare senza protezioni adeguate e ben al di sotto dei normali standard di assistenza, i pazienti più anziani sono morti soli senza ricevere neppure cure palliative, e tante persone non hanno potuto essere ricoverate per mancanza di posti letto.

Uno scenario che stride con le parole pronunciate il 5 aprile da Pietro Foroni, assessore leghista al Territorio e alla Protezione civile della giunta lombarda: “Finora in Regione Lombardia le abbiamo azzeccate tutte”. Per comprendere l’avventatezza di quest’affermazione basta confrontarla con la lettera inviata ai vertici della sanità lombarda dalla Federazione regionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri della Lombardia, in cui si denuncia l’assenza di strategie nella gestione del territorio e la “situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione”, anche rispetto a realtà regionali limitrofe.

Il riferimento è al Veneto, dove un maggior ricorso all’assistenza domiciliare e una reazione più rapida nel contenimento dei primi focolai – basata sull’immediata chiusura delle zone infette e su un maggior numero di tamponi  per tracciare la catena del contagio (eseguiti anche sugli asintomatici, contravvenendo alle indicazioni fornite dagli esperti del governo centrale) – ha permesso di tenere sotto controllo l’epidemia.

Navigare a vista (ma con una benda sugli occhi)

Qualsiasi manuale di risk management spiega che la gestione delle crisi funziona se ti sei preparato in tempo di pace, cioè prima che l’emergenza si verifichi, pianificando le attività per rispondere nel modo più efficace ai diversi scenari di rischio. Il tanto citato modello coreano, un sistema di risposta rapida basato su test a tappeto e un sofisticato (quanto invasivo) sistema tecnologico di sorveglianza di massa, non è stato improvvisato in pochi giorni: era già pronto. Le autorità sanitarie coreane lo avevano sviluppato dopo l’esperienza della Sars e lo scorso dicembre era stato collaudato con una simulazione. Ecco perché ha funzionato.

Nella gestione del rischio l’improvvisazione non paga mai. Perché se è vero che non tutto può essere previsto, non è certo la prima pandemia che affrontiamo, e gran parte di quel che è accaduto era stato in effetti previsto. Dai tempi del coronavirus della Sars, nel 2003, l’Oms esorta i governi a predisporre un piano pandemico. Un invito reiterato dopo l’ultima pandemia, quella di influenza suina del 2009. Anche l’Italia ne aveva uno, ma era rimasto dimenticato in qualche cassetto. Non sappiamo cosa sia successo dopo: se il governo aveva un piano, se l’ha seguito o cos’altro sia successo in queste drammatiche settimane. La sensazione, per come sono andate le cose, è che si sia navigato a vista.

La mancanza di protocolli per gestire l’emergenza si è avvertita anche nella risposta dei sistemi sanitari territoriali: la scelta di chi sottoporre ai tamponi ha seguito le strategie più disparate, talvolta finendo per lasciare senza diagnosi persone con sintomi evidenti e i loro famigliari; i medici di base non sono stati preparati e non hanno ricevuto protezioni adeguate; per molti giorni non si sono allestiti percorsi ospedalieri separati dei pazienti affetti da Covid-19, cosicché gli stessi ospedali sono diventati un focolaio di contagio. L’indisponibilità di un piano strategico ha impedito di agire in modo proattivo, condannandoci a restare in balia degli eventi.

Non sappiamo se e quanto le decisioni prese finora si siano basate su dati epidemiologici affidabili: quelli diffusi dalla protezione civile nel rituale stanco delle 18, com’è ormai chiaro a tutti, non lo sono affatto. Nell’intervista a Repubblica del 23 marzo, lo aveva ammesso lo stesso Borrelli, definendoli con un eufemismo “imperfetti” e lasciando intendere che, non fosse per il timore di essere accusati di nascondere qualcosa, si sarebbe potuto anche rinunciare a quel bollettino giornaliero di positivi, deceduti e guariti, ora limitato al lunedì e al giovedì. Gli esperti della Harvard Business School indicano proprio nella scarsità di dati affidabili – troppo pochi all’inizio, poco precisi nel seguito – una delle criticità della gestione italiana della crisi.

Non è neppure dato sapere se la task force di esperti che consiglia il governo disponga di altri dati più affidabili su cui basare le decisioni. Se esistono, non vengono condivisi, eludendo il principio della trasparenza; se non esistono, significa che le decisioni sono prese su dati che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire imperfetti e che, più realisticamente, non sono in grado di descrivere la realtà epidemiologica. Se è così, non solo navighiamo a vista, ma lo facciamo con una benda sugli occhi.

Ora che si comincia a parlare di fase 2 abbiamo una seconda opportunità per impostare la rotta e gestire proattivamente l’uscita dalla crisi, che sarà ancora lunga e complicata. Per riuscirci occorre imparare dagli errori fatti. Più di ogni altra cosa, al governo serve un piano a lungo termine. E ai cittadini serve sapere che il governo, un piano, ce l’ha.

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[Fonte Wired.it]