Cosa c’è di vero nella “tassa sulla pipì” nel Lazio?


C’è una proposta di legge sull’argomento già approvata dalla Regione Lazio, anzitutto, ma anche tanta confusione: la novità non sta nel legalizzare la pipì a pagamento, ma nel rendere trasparenti i prezzi per l’uso dei bagni

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(foto: Kirill Kukhmar/Getty Images)

Il tema non è esattamente d’innovazione, ma resta di primaria importanza soprattutto per i più incontinenti e per chi è abituato a bere molta acqua, tanto da ritrovarsi spesso alla ricerca disperata di un bagno nelle vicinanze. Da qualche giorno, in particolare, è scoppiata una piccola polemica per la cosiddetta “tassa sulla pipì, ossia il nome d’arte di affibbiato a un provvedimento approvato dalla Regione Lazio che servirebbe “per far pagare l’accesso ai bagni”. La notizia è stata data in toni polemici o critici, tra gli altri, da Affari italianiIl Giornale, Tpi News e Il Tempo, stimolati anche dalle proteste arrivate dal Codacons.

Tuttavia, al di là di tutte le valutazioni del caso, è emerso che la notizia (almeno per come era stata data inizialmente da diverse fonti) è in sostanza una bufala, nel senso che il provvedimento pare difficilmente interpretabile come a danno dei consumatori, nonostante abbia comunque qualche minima criticità.

Cosa afferma davvero il provvedimento

Procediamo con ordine: si sta parlando del nuovo Testo unico sul commercio regionale del Lazio, e in particolare di una postilla contenuta nel comma 6 dell’articolo 75, che è dedicato alla trasparenza dei prezzi. Il passaggio al centro della discussione era già contenuto nella proposta di legge regionale numero 37 del 20 giugno 2018, e la novità è che il 9 settembre scorso c’è stato un primo ‘ok’ da parte della Commissione bilancio regionale, seguito il 12 settembre dall’approvazione definitiva.

Citando testualmente il provvedimento che riguarda bar e ristoranti, è scritto che “qualora il servizio igienico, per i soggetti diversi dalla clientela dell’esercizio, sia messo a pagamento, il prezzo dello stesso deve essere reso ben noto attraverso l’apposizione di idoneo cartello.

Significato e applicabilità della norma

A fare chiarezza sull’interpretazione del comma ci hanno pensato i tecnici della regione, specificando ad Adnkronos che “la norma non impone un pagamento ai cittadini per l’uso del bagno ma anzi, proprio per evitare brutte sorprese, impone a quegli esercizi che già oggi – e ce ne sono – mettono a disposizione la toilette anche a chi non è proprio cliente dietro richiesta di un compenso, di specificarlo esponendo fuori un cartello chiaro con tanto di prezzo affinché qualsiasi cittadino possa regolarsi e decidere se utilizzare o meno il servizio”.

Va da sé, sulla base di quello che è scritto, che tutto il comma in questione si applica solo se si verifica una condizione ben precisa, ossia che l’esercizio commerciale faccia già (di fatto) pagare l’uso dei servizi igienici a chi non è cliente. E l’unica modifica, in pratica, consiste nell’obbligo di far sapere in anticipo il costo dell’accesso al bagno, in modo che si possa scegliere in piena trasparenza se accettare o meno di pagare la somma richiesta. Dato che la Regione non può imporre una tassa ai singoli Comuni, inoltre, gli autori del provvedimento rifiutano l’appellativo di “tassa sulla pipì”, arrivando a relegare tutte le proteste al rango di bufale.

Tante altre critiche, più o meno ragionevoli

Dato che in politica non tutto è bianco o nero, sono stati proposti diversi livelli di lettura del provvedimento. Se l’intento dichiarato da chi ha scritto il testo è semplicemente quello di “normare un servizio”, i detrattori del provvedimento sostengono invece che si tratti implicitamente della legalizzazione di una prassi deprecabile, ossia il chiedere denaro in cambio dell’utilizzo del bagno. Tuttavia, però, l’obbligo da parte degli esercenti di lasciare fruire gratuitamente del bagno si applica solo per i clienti, non per chiunque entri in un bar o un ristorante con il solo intento di fare pipì. Allo stesso tempo, però, è possibile che qualche esercizio commerciale in più rispetto a ora, forte di questo provvedimento, decida di passare (per i non-clienti) dall’utilizzo gratuito del bagno a quello a pagamento.

Un’altra obiezione apparsa su alcuni giornali è il presunto conflitto normativo con la delibera 135 del 5 luglio scorso per il Comune di Roma. Nel nuovo regolamento di polizia urbana della Capitale, in particolare, è scritto che “È fatto obbligo agli esercenti degli esercizi pubblici di consentire l’utilizzo dei servizi igienici a chiunque ne faccia richiesta”. Tuttavia, non c’è alcuna contraddizione tra le due norme, poiché l’obbligo di garantire l’accesso al bagno non significa affatto che l’accesso debba essere anche gratuito. Altrimenti qualunque bar e ristorante si potrebbe trasformare nell’equivalente di un bagno pubblico ad accesso libero, con gravi ripercussioni sugli esercenti.

Più ragionevole (o, se non altro, meno irragionevole) pare invece la critica sull’assenza di un riferimento alle fasce di prezzo. Se la mancanza di un prezzo massimo per l’uso del bagno potrebbe far sì che qualcuno approfitti fin troppo della propria posizione strategica, dall’altro lato va però ammesso che la presenza di un’indicazione precisa del prezzo in anticipo non può che essere un passo avanti a favore dei consumatori, soprattutto se finora di fatto già si pagava, ma in modo meno trasparente.

Resta invece indefinito, almeno dal punto di vista lessicale, il significato di quel “reso ben noto” nel provvedimento: in che cosa si traduca quel ‘ben’ e perché non fosse sufficiente scrivere ‘reso noto’, resta un piccolo mistero, magari dovuto solo a un piccolo un vezzo stilistico.

Carlo Rienzi, presidente del Codacons, ha invece rincarato la dose, affermando che il provvedimento potrebbe “rappresentare una violenza, “ledere i diritti fondamentali della persona”, limitare “le esigenze fisiche primarie degli esseri umani” e “avere effetti gravi sul fronte sanitario“. Il tutto per aver dato (anzi, confermato) la possibilità di bar e ristoranti di chiedere un compenso minimo per far utilizzare i servizi igienici ai non-clienti.

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