Gli ormai noti Epstein files, oltre alle conseguenze politiche e mediatiche che stiamo scoprendo di settimana in settimana, stanno avendo anche un effetto diretto sulle lotte ambientali e su quelle per il clima.
La prima conseguenza è diretta e coinvolge premi milionari, nobili, misteriosi personaggi emiratini e un pasticcio diplomatico. La seconda conseguenza invece è indiretta e ha a che fare con le strategie che usiamo ormai da anni per diffondere i temi ambientali. Partiamo dalla prima.
Un premio ambientale con un finanziatore opaco
L’Earthshot Prize è uno dei premi ambientali più in vista a livello globale, ha sede al Kensington Palace ed è diretta espressione della Casa Reale. Motivo per il quale sul sito ufficiale la prima immagine che si vede è quella del presidente e fondatore. Cioè il principe del Galles, William. Non un reale qualsiasi, ma l’erede di uno degli ambientalisti più famosi e influenti di questi ultimi decenni, Re Carlo III. L’Earthshot Prize, tra i finanziatori, ha però anche un volto noto degli Epstein files.
Uno dei principali sostenitori del premio è DP World, una grande società emiratina che si occupa di logistica portuale e gestione di terminal marittimi. Il suo amministratore delegato è il miliardario Sultan Ahmed bin Sulayem, recentemente finito sotto i riflettori per una serie di email scambiate anni fa proprio con Jeffrey Epstein. Non solo: lo scambio di messaggi diventato più celebre di tutti gli Epstein files, quello che menziona l’apprezzamento per un “video di tortura”, sarebbe da attribuire proprio a uno scambio tra Epstein e bin Sulayem. Dopo che la notizia della presenza di bin Sulayem nei files si è diffusa l’uomo d’affari emiratino si è dimesso dalla sua carica ufficiale. Ma rimane una delle figure apicali di DP World.
I finanziamenti delle iniziative ambientali sono un tema discusso da tempo. Attivisti e giornalisti fanno notare come spesso l’ambiente sia un tema “furbo” su cui organizzare campagne pubblicitarie e di branding. “Furbo” soprattutto per le grandi aziende per ripulire la propria immagine pubblica. Cioè il cosiddetto greenwashing. Così oggi, in Gran Bretagna e non solo, ci si chiede se sia moralmente accettabile che la Casa Reale riceva per il suo premio ambientale finanziamenti da personaggi come bin Sulayem.
Su questo tema il gruppo anti-monarchico Republic ha chiesto alla Charity Commission (l’autorità che vigila sulle organizzazioni benefiche nel Regno Unito) di verificare se il premio presieduto dal principe abbia svolto un’adeguata due diligence (cioè i controlli che si fanno nelle trattative e negli affari) sui suoi finanziatori.
Ma ci si pone anche un’altra questione più pratica e forse anche più spinosa: cosa ottengono le aziende come DP World dal finanziamento di premi e iniziative ambientaliste? Esiste un problema di conflitto di interessi? Gli Epstein files sembrano raccontare proprio di queste commistioni di interessi amorali e diversi, ma comunque strettamente intrecciati tra loro.


