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Cosa ci dicono le offerte di lavoro per attori da “sfruttare” per addestrare l’AI a recitare e trasmettere emozioni

di webmaster | Apr 2, 2026 | Tecnologia


Nel 2023, nel bel mezzo dello sciopero degli sceneggiatori dell’industria cinematografica di Hollywood contro l’AI, un articolo pubblicato su Mit Technology Review, raccontava la storia di un attore di 28 anni che aveva accettato di presentarsi in uno studio hollywoodiano, deserto ad eccezione di pochi addetti ai lavori, per mettere in scena alcune performance di fronte a tre videocamere, sotto l’occhio di un direttore e un produttore. Tutti e tre erano stati ingaggiati da Realeyes, azienda britannica operante su più fronti legati all’intelligenza artificiale, dalla verifica alla cosiddetta Emotion AI, un sottoinsieme che si occupa di implementare le interazioni uomo-macchina, rendendole più empatiche e personalizzate. Per farlo, c’è bisogno innanzitutto di scannerizzare espressioni facciali, movenze e posture e, per farlo, c’è bisogno di estrarle da chi sa riprodurle.

Si guadagna di più a nutrire l’AI che a recitare davvero?

Secondo l’articolo, per lui la paga si aggirava sui 150-200 dollari all’ora, per un contratto minimo di 2 ore. Negli Stati Uniti, dove le tariffe per attori secondari sono regolate secondo il Background Actors Digest del sindacato SAG-AFTRA, reso famoso all’estero dalle proteste di Hollywood di quegli anni, la paga è di al massimo 175 dollari a giornata per una giornata di circa 8, quindi poco più di 20 dollari allora. Non è dunque difficile comprendere perché, già ore in quegli anni, lavorare per il training dell’intelligenza artificiale abbia rappresentato per gli attori in erba, comparse o impegnati in piccoli produzioni, più un’opportunità che una minaccia. “Il mercato c’è perché, considerando la crisi del cinema e della recitazione, non è pagato male”, osserva D’Isa. “Non servono livelli hollywoodiani: basta saper esprimere emozioni basiche in modo convincente. Per questo è percepito come un lavoro come un altro”.

Ma è proprio questa normalizzazione a sollevare le questioni più complesse. Simone Arcagni, docente e studioso dei media, invita a leggere il fenomeno in una prospettiva più ampia: “C’è sicuramente una riflessione di giustizia sociale da mettere sul tavolo. Questa tecnologia sta creando un nuovo mercato, ma anche nuove forme di sfruttamento che coinvolgono settori prima esclusi, come attori e scrittori”. La maggiore trasparenza di annunci come quello di Handshake, aggiunge, arriva dopo anni in cui i modelli sono stati addestrati anche su materiali protetti da copyright o su estetiche riconoscibili senza consenso. “Si corre un po’ ai ripari usando artisti per allenare gli algoritmi, dopo averli alimentati per anni con opere senza permesso come successo nel caso dello Studio Ghibli, probabilmente il più clamoroso”. In questo passaggio, la performance cambia natura. Non è più necessariamente destinata a un pubblico, ma a un sistema. Non produce un’opera, ma contribuisce a costruire un modello. È una trasformazione che ricorda da vicino quella già avvenuta in altri segmenti del lavoro digitale, dove attività apparentemente creative vengono scomposte in micro-task e integrate in catene del lavoro industriali. Con una differenza: qui l’oggetto del lavoro è l’umano stesso, nelle sue sfumature più sottili.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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