A oltre trent’anni dalla morte di Kurt Cobain, il caso torna al centro del dibattito scientifico. Un nuovo studio pubblicato sull’International Journal of Forensic Science, a firma dello specialista forense Bryan Burnett, Gabriele Rotter, Michael Gregory, Felice Nunziata, Pietro Zuccarello, Cataldo Raffino e Michelle Wilkins, propone una rilettura multidisciplinare della scena del decesso del leader dei Nirvana, avanzando un’ipotesi alternativa: la dinamica potrebbe essere compatibile con un omicidio messo in scena come suicidio.
Non vengono presentate nuove prove materiali, ma una reinterpretazione tecnica di documenti, fotografie e autopsia. La classificazione legale della morte, però, resta quella stabilita dall’autorità giudiziaria: suicidio.
La ricostruzione ufficiale
Secondo l’indagine del 1994, Cobain muore il 5 aprile di quell’anno nella serra sopra il garage della sua abitazione di Lake Washington, Seattle. Il corpo viene rinvenuto tre giorni dopo, l’8 aprile. L’autopsia stabilisce che la causa della morte è una ferita da arma da fuoco alla testa, autoinflitta con un fucile trovato accanto al corpo. Nel sangue vengono rilevate elevate concentrazioni di eroina.
Sulla scena viene trovato anche un biglietto d’addio. Nella prima parte, il testo sembra rivolgersi ai fan e al mondo della musica, con toni che molti hanno interpretato come un congedo dalla carriera più che dalla vita. Nelle ultime righe, invece, il contenuto diventa più esplicito e personale, con un addio alla moglie e alla figlia. È proprio questa differenza di tono, secondo lo studio, ad aver alimentato nel tempo dubbi, teorie complottiste e analisi grafologiche, anche se sul piano giudiziario il biglietto è sempre stato ritenuto autentico.
La sequenza ufficiale è quindi questa: assunzione di eroina e utilizzo del fucile per togliersi la vita. Il caso viene archiviato come suicidio.
Il nodo tossicologico: overdose e capacità motoria
Lo studio mette in discussione la compatibilità tra la quantità di eroina rilevata nel sangue e la capacità di compiere un gesto complesso come utilizzare un’arma lunga.
Secondo i ricercatori, i livelli di eroina indicati nell’autopsia sarebbero compatibili con una rapida depressione respiratoria, sedazione profonda e compromissione delle funzioni motorie. In altre parole, lo studio ipotizza che con una perdita di coordinazione e lucidità tali da rendere difficile impugnare un fucile, posizionarlo correttamente e premere il grilletto.
Raggiunta da Wired, l’analista forense Sara Capoccitti sottolinea però un punto metodologico fondamentale: “È una revisione retrospettiva. Non ci sono nuovi esami tossicologici su reperti biologici, ma una rilettura dei dati esistenti. Come ipotesi tecnica è credibile, perché alcuni elementi vengono letti come incongruenze. Ma credibile non significa dimostrata”.
Questa osservazione indica che lo studio mette in discussione la possibilità che l’autosparo sia avvenuto nelle modalità tradizionalmente accettate, ma non fornisce prove dirette riguardo la presenza di terzi.
Bpa e staging: l’analisi delle tracce ematiche
Un elemento centrale della rilettura riguarda la Bloodstain pattern analysis (Bpa), lo studio delle tracce ematiche che permette di ricostruire le posizioni relative di vittima e arma al momento dell’evento.


