Un regime sempre più fragile
La strategia di Trump ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissata: spingere la cronica crisi economica di Cuba al punto di rottura, per portare il regime alla morte per asfissia. Il paese è ormai sull’orlo del collasso totale. Non ci sono trasporti, scuole e università sono chiuse e i giornali nazionali ormai escono un solo giorno alla settimana. Interi quartieri sono senza elettricità per la maggior parte del tempo, e nelle case mancano acqua e gas. Sempre più persone sono costrette a cucinare con la legna per strada, spesso accanto a montagne di rifiuti che possono essere eliminate solo con il fuoco, per evitare che arrivino alle porte delle abitazioni.
Il regime cubano nuota controcorrente da 67 anni. Ha ideologizzato la popolazione con la forza, attraverso la soppressione dei diritti umani e delle libertà individuali. Oggi si ritrova con un’economia paralizzata, privata dell’aiuto costante di alleati solidi e senza una leadership capace di trasmettere fiducia e credibilità. Miguel Díaz-Canel, l’attuale presidente, è di fatto un semplice esecutore della volontà di Raúl Castro, fratello di Fidel, che continua ad accentrare il potere pur non ricoprendo più incarichi di governo.
Lo stato in cui si trova oggi il paese suggerisce che il sistema si stia avvicinando alla sua fine, una caduta che avverrebbe proprio davanti al suo storico avversario, gli Stati Uniti. Il castrismo appare sempre più come la probabile prossima vittima del “Corollario Trump”. La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel dicembre 2025, punta ad aggiornare la dottrina Monroe del 1823, la storica idea geopolitica sintetizzata nello slogan “America agli americani”.
Quasi settant’anni di intransigenza del regime cubano hanno lasciato il paese in rovina. Le industrie hanno una produzione praticamente nulla, perché le strategie economiche del governo sono orientate quasi esclusivamente allo sviluppo dell’offerta turistica, controllata da Gaesa, l’azienda controllate dalle forze armate che gestisce oltre l’80% dell’economia dell’isola. Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite, quella cubana è l’economia più povera dell’America Latina. E la popolazione dell’isola è anche la più anziana del continente: più del 25% dei cittadini ha oltre 60 anni, mentre i giovani contribuiscono all’esodo che negli ultimi due anni ha portato più di un milione di persone a lasciare il paese. Le carceri cubane ospitano – in condizioni spesso descritte come sovraffollate e disumane – 1.214 prigionieri politici, che pagano l’aver protestato o la richiesta di una vita dignitosa, come riporta l’organizzazione Prisoner defenders.
I negoziati con Washington
Per uscire da questa situazione, l’unica speranza per il regime è trovare il modo di convincere Trump ad allentare la presa. I tentativi in questo senso sono dimostrati anche dai colloqui riservati che, come riporta il quotidiano El Nuevo Herald, sono in corso da settimane tra Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote, guardia del corpo e uomo di fiducia di Raúl Castro, e Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti.


