L’isola è così sempre più isolata. Parallelamente, il peso cubano (la moneta nazionale) è precipitato ai minimi storici nel mercato informale, dove le persone scambiano valuta in modo privato al di fuori dei canali ufficiali: qui un dollaro statunitense arriva a costare circa 500 pesos, segnalando una perdita drastica del potere d’acquisto dei cittadini.
Il peso cubano è solo una delle valute accettate a Cuba – le altre sono la moneta liberamente convertibile, il dollaro e l’euro, necessari per acquistare molti beni importati – ed è usato per la maggior parte dei salari e dei consumi locali. La sua svalutazione rende molto complicato acquistare prodotti di prima necessità: alimenti, carburante, medicine e altri beni importati diventano inaccessibili per chi guadagna solo in peso, mentre anche i negozi di distribuzione controllata faticano a rifornirsi. Questo crollo del valore monetario traduce in inflazione reale, riduzione dei consumi e grave difficoltà a soddisfare bisogni essenziali per le famiglie cubane
Il blocco petrolifero dopo la cacciata di Maduro
La crisi attuale è in larga misura conseguenza delle recenti misure statunitensi che hanno impedito l’accesso di Cuba ai suoi principali fornitori di petrolio. Dopo l’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di petrolio venezuelano all’isola caraibica e minacciato tariffe sui paesi che avessero fornito carburante a Cuba, una mossa che ha di fatto interrotto l’ultimo grande flusso di greggio verso l’isola. Cuba ha ricevuto regolarmente petrolio da Caracas per decenni sotto accordi preferenziali; con l’interruzione di questi invii, le riserve si sono rapidamente esaurite.
Il Messico, che negli ultimi anni era diventato un fornitore significativo di petrolio per Cuba, superando nelle ultime settimane il Venezuela, ha comunicato di aver sospeso le consegne nel gennaio 2026 dopo le pressioni statunitensi e la minaccia di sanzioni economiche, lasciando l’isola senza fonti esterne affidabili di carburante. Secondo dati di monitoraggio energetico, senza forniture regolari Cuba rischierebbe di esaurire le scorte nel giro di poche settimane, aggravando una situazione già fragile.
Nelle ultime ore alcune personalità con seguito sul social X hanno chiamato in causa anche le responsabilità del governo de L’Avana, sostenendo che venda il petrolio che produce anche nel mezzo della crisi energetica in cui si trova. Tuttavia, la produzione interna dell’isola – che pure è in aumento – resta di circa 30mila barili al giorno, dunque molto modesta, e copre solo il 30% del fabbisogno nazionale. Inoltre, non esistono dati ufficiali o report verificabili da fonti istituzionali o media autorevoli che configurino Cuba come esportatore netto.
Dipendenza strutturale e vulnerabilità energetica
In condizioni normali, la maggior parte dell’elettricità dell’isola viene generata da centrali termoelettriche alimentate a petrolio e diesel, con solo una parte minima prodotta da fonti rinnovabili o autogenerate. Il calo delle importazioni di petrolio dal Venezuela e dal Messico ha quindi colpito il cuore stesso dell’infrastruttura energetica cubana, causando interruzioni di corrente su larga scala e razionamenti estesi in tutte le principali città.


