Lo sviluppo di un gemello digitale del pianeta Terra non è più una promessa. Destination Earth è un sistema che gira, produce dati e comincia a entrare nelle decisioni. Con oltre 315 milioni di euro di finanziamenti europei, è uno dei progetti scientifici più ambiziosi mai lanciati dall’Unione europea e sta per affrontare un passaggio decisivo: l’ingresso nella terza fase, a partire da giugno. Ha ancora due anni per dimostrare di poter diventare davvero operativo. E per aiutarci a navigare l’ignoto che la crisi climatica rende ogni giorno più vicino.
Cos’era, cos’è e cosa sarà Destination Earth
Quando Wired Italia lo aveva “incontrato” all’inizio, Destination Earth era soprattutto una visione: supercomputer, modelli fisici, risoluzioni senza precedenti e un’idea radicale di come osservare clima e meteo. Oggi quella visione ha messo “radici”. I modelli funzionano, i dati circolano, i primi servizi pilota sono stati testati su casi reali. Non è ancora uno strumento di uso quotidiano, ma non è più un progetto raccontato a slide. Ora è il momento di capire cosa ha imparato e dove funziona davvero. Quanto è vicino a diventare un’infrastruttura capace di anticipare eventi estremi, supportare le città e rendere più resilienti energia e infrastrutture, in un’Europa che nel frattempo è cambiata.
Pilot services e primi passi verso il mondo reale
Il primo cambio di passo di Destination Earth è già avvenuto nella seconda fase, quando l’attenzione si è spostata dall’architettura alla verifica sul campo. Dopo aver messo in funzione modelli e infrastrutture di calcolo, il progetto inizia a misurarsi con una domanda più scomoda: “Queste simulazioni servono davvero a qualcuno?”
“Durante la prima fase abbiamo iniziato a usare i supercomputer e a implementare le applicazioni di base”, racconta Umberto Modigliani, direttore delle previsioni di Ecmwf (Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio). “Nella seconda fase il lavoro si è concentrato sui pilot services, cioè servizi sperimentali che utilizzano i gemelli digitali in casi d’uso reali”.
Dal punto di vista scientifico, anche Thomas Jung considera questo passaggio essenziale. Esperto in analisi, modellizzazione e previsione del tempo e del clima all’Istituto Alfred Wegener, Centro Helmholtz per la ricerca polare e marina in Germania, Jung è anche tra gli autori del recente paper “The Destination Earth digital twin for climate change adaptation” ma ci tiene a sottolineare che “per far percepiti il progetto come utile non basta scrivere articoli dedicati. È fondamentale dimostrare la qualità del sistema su eventi concreti, mostrarlo in contesti pubblici, permettere alle persone di capire cosa rappresenta davvero”. E i pilot services nascono esattamente con questo obiettivo: testare se l’aumento drastico di risoluzione e complessità produce informazioni più affidabili e più utili. Non sono ancora servizi operativi, ma strumenti di validazione avanzata. Modigliani racconta infatti che “l’idea è arrivare alla fase tre con servizi pronti per essere messi a terra”.
Prove tecniche per alluvioni, caldo urbano, energia
Il punto di forza è la precisione, un valore aggiunto che Destination Earth sta già portando alla comunità scientifica lavorando con modelli globali con risoluzioni intorno ai 4–5 chilometri, ulteriormente affinabili su aree limitate. Questo consente di ridurre errori che, nella pratica, hanno un peso enorme. “Molto spesso un evento è previsto nel posto giusto ma al momento sbagliato, o viceversa”, dice Modigliani. “Per chi deve prendere decisioni operative, anche leggere imprecisioni fanno la differenza”.

