Detrazioni fiscali, l’Italia spende 61 miliardi: quali tagliare?


Tra detrazioni, deduzioni, esenzioni e riduzioni di aliquote – ma non solo – il censimento delle spese fiscali ne conta 513 e tra queste ce ne sono alcune dannose per l’ambiente. Toccarle è difficile perché si rischia di pagare un prezzo elettorale troppo alto

Giuseppe Conte
(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Al ministero dell’Economia c’è un dossier che attira chiunque varchi la soglia di via XX Settembre per la prima volta. È il faldone che racchiude le tax expenditures, gli sconti fiscali in vigore nel paese riservati a specifici gruppi di contribuenti o a particolari attività economiche. Detrazioni, deduzioni, esenzioni e riduzioni di aliquote garantiscono qualche centinaia di euro di risparmi a pochi fortunati tra chi paga le tasse, ma pesano tantissimo alla collettività chiamata a coprire i mancati incassi appesantendo i conti pubblici. Nel 2019, ha calcolato il Mef, è stato necessario stanziare 61 miliardi di euro per garantire le spese fiscali. Nel 2020 bisognerà spendere 59,6 miliardi e nel 2021 ne serviranno 58,6.

Con le clausole Iva da disinnescare e il costo del lavoro da tagliare – per citare due delle volontà nero su bianco nel programma di governo M5s-Pd – anche il neo-ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sfoglierà l’elenco degli sconti per capire come poter risparmiare. E non sarà facile usare le forbici: tagliare le tax expenditures significa aumentare le tasse a precise categorie di persone, che possono poi sentirsi tradite o minacciate. Dal punto di vista politico-elettorale è molto rischioso usare la mannaia ed è per questo che il numero complessivo delle ‘spese fiscali‘ negli ultimi anni è sempre aumentato: per il 2019 se ne contano 513, in netta crescita rispetto alle 466 contate per il 2018 e alle 444 del 2017.

Quali sono le spese fiscali

Dei 61 miliardi stanziati quest’anno per gli sconti fiscali, 15,27 miliardi sono serviti a ridurre il cuneo fiscale per spingere le imprese a ingaggiare persone nelle proprie aziende: dalle deduzioni Irap per i neoassunti a tempo indeterminato (7,5 miliardi di euro) al taglio forfait per ogni dipendente assunto senza scadenza (3,1 miliardi). Ben 9,3 miliardi all’anno servono invece per garantire a 11 milioni di italiani il bonus degli 80 euro di renziana memoria e 6,8 miliardi vanno a sostenere le detrazioni per le ristrutturazioni.

Non dover pagare tasse sulla prima casa dà un po’ di respiro alle famiglie, ma di certo non è innocuo per i conti dello stato: l‘esenzione dell’Imu sull’abitazione principale impatta per 3,7 miliardi di euro e l’esenzione della Tasi costa altri 3,5 miliardi. La deduzione della rendita catastale della casa in cui si vive viene poi coperta con 3,6 miliardi di soldi pubblici. Ma è un bonus davvero intoccabile: ne beneficiano 26 milioni di italiani.

Sconti che fanno male all’ambiente

Se anche i 3,2 miliardi destinati alle detrazioni per le spese sanitarie non saranno tagliati facilmente da nessun governo, altre voci potrebbero essere cancellate con un tratto di penna perché considerate dannose per l’ambiente. Secondo il ministero guidato da Sergio Costa, ammontano a 19,3 miliardi di euro gli sconti fiscali che generano danni all’ambiente. Tra questi ci sono, per esempio, il miliardo che finanza le spese per i carburanti degli agricoltori (diesel e benzina) e il miliardo e mezzo di euro che serve a ridurre le accise sul gasolio impiegato come carburante per l’autotrasporto.

Nel report del ministero dell’Ambiente viene mestamente sottolineato che “i sussidi impongono un onere ai bilanci pubblici e ai contribuenti, risultando particolarmente discutibili quando sono dannosi per l’ambiente, iniqui o inefficienti socialmente”. Resistono nel tempo, suggerisce il ministero, perché “da un punto di vista sociale molti di questi sussidi giocano un ruolo rilevante”, sebbene sotto il profilo economico e ambientale siano “inefficienti, in quanto non internalizzano l’impatto ambientale e sulla salute umana, violando costantemente il principio chi inquina paga”.

Non aiutano chi guadagna poco

Nel programma di governo che ha unito M5s e Pd si scommette su una revisione del sistema di tax expenditures, per mettere ordine in consolidati sistemi di potere e trovare risorse fresche per far respirare i conti. Se è vero che, come scrive il Mef, “le spese fiscali si caratterizzano per un grado di automatismo maggiore rispetto a alle spese di bilancio”, a differenza dei soldi investiti direttamente i sussidi erogati con gli sconti fiscali “non possono essere fruiti, in tutto o in parte, dai soggetti che risultano incapienti”, cioè coloro che guadagnano troppo poco e sono al di sotto della soglia di contribuzione. 

Tutto dipenderà da dove si andrà a tagliare, perché “revisione” può assumere significati diversi in base alle scelte che vengono fatte. Salterà il bonus Renzi o toccherà ai sussidi alle imprese? Si correrà il rischio di aumentare le accise sui carburanti di autotrasportatori e agricoltori per eliminare un aiuto dannoso all’ambiente? Di certo si può partire da uno sconto che alleggerisce le dichiarazioni dei redditi di appena 9mila italiani e vale 5,4 milioni di euro. Pochi soldi, ma simbolici: quelli che spendiamo per sostenere le detrazioni per gli assegni ai partiti politici.

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