Dipendenza da chatbot in Italia: un’affermazione preoccupante

Recentemente, un caso ha attirato l’attenzione in Italia: una giovane veneziana di vent’anni è stata segnalata come la prima persona in cura per dipendenza da chatbot nel nostro Paese. Questo episodio, avvenuto l’8 maggio 2026, ha acceso un dibattito sui pericoli e le implicazioni della crescente interazione degli utenti con gli assistenti virtuali. Ma fino a che punto possiamo considerare questa situazione un problema di salute pubblica effettivo?

L’emergere di una nuova dipendenza

La ventenne in questione è stata assistita dal Servizio per le Dipendenze dell’ULSS 3 Serenissima a Venezia. La sua esperienza testimonia come la giovane aveva sviluppato una connessione quasi esclusiva con il chatbot, relegando le sue relazioni reali in secondo piano. In questo contesto, la dott.ssa Laura Suardi, responsabile del servizio, ha evidenziato che la personalizzazione delle risposte del chatbot potenziava la sensazione di un legame autentico, creando così un’illusione di intimità.

Questo non è un fenomeno isolato. Secondo il psicoterapeuta Matteo Lancini, le preoccupazioni riguardo all’uso dei chatbot ricalcano simili dibattiti avuti in passato con i social media e i videogiochi violenti, dove le tecnologie stesse erano oggetto di stigmatizzazione. È fondamentale spostare la narrazione: anziché chiedere perché un giovane utilizzi un chatbot, dovremmo chiederci perché non trova supporto altrove. È un interrogativo centrale che può fornire una comprensione più profonda delle vulnerabilità sociali e relazionali dei giovani.

La classificazione del disturbo e segnali d’allarme

Le caratteristiche comportamentali riscontrate nel caso veneziano, come l’irritabilità, l’uso incontrollato e la necessità di connessione, sono simili ai sintomi del “gaming disorder” riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Anche se non esiste ancora una diagnosi formalizzata per la dipendenza da chatbot, studi recenti stanno cercando di delineare le linee guida per identificare e misurare questa nuova forma di dipendenza.

Inoltre, un’analisi condotta su adolescenti ha rivelato che il 92,5% dei giovani italiani tra i 15 e i 19 anni utilizza strumenti di intelligenza artificiale, con una significativa porzione che lo fa per cercare conforto in momenti di difficoltà emozionale. Questo uso crescente dipinge un quadro preoccupante: i chatbot offrono un’interazione che, seppur superficiale, può sembrare più sicura e gratificante rispetto alle relazioni reali.

Implicazioni e necessità di un approccio consapevole

La situazione rende evidente che è necessario un approccio multi-sfaccettato. I professionisti della salute mentale devono integrare l’uso di chatbot nella loro valutazione generale del benessere psicologico dei giovani. È fondamentale educare anche famiglie e scuole sull’importanza di riconoscere le dinamiche parasociali generate da queste interazioni. Indicatori come il ritiro sociale o la tendenza a riferirsi al chatbot come a un amico possono fungere da segnali di allerta.

Le piattaforme digitali hanno la responsabilità di implementare sistemi di sicurezza più robusti per proteggere gli utenti più vulnerabili, in particolare i minori. Con la legislazione europea che prevede norme più rigorose, è essenziale che vengano adottate misure concrete per garantire un ambiente digitale sicuro.

Conclusione

La questione della dipendenza da chatbot rappresenta un fenomeno emergente che va monitorato con attenzione. Non si tratta di allarmismi immotivati, ma di un’opportunità per comprendere e migliorare il supporto che possiamo offrire ai giovani nel navigare un mondo sempre più influenzato dalla tecnologia. Solo attraverso un approccio educativo e una regolamentazione attenta possiamo sperare di equilibrare il rapporto tra uomo e macchina, preservando il valore delle relazioni umane.