Dispatch è una branching narrative pura con un cuore caldo di rompicapo alimentato dalla gestione delle statistiche dei giochi di ruolo. È divertente da vivere attraverso gli occhi di Robert che ne è non solo il protagonista o l’agente, ma il nucleo sentimentale. Ed è, a tratti, straordinario da guardare.
Il punto di forza assoluto di Dispatch è il character design. Dove la sceneggiatura non riesce ad arrivare, e spesso non arriva, subentrano la fisicità o le movenze a rendere distinguibili i molti comprimari di Robert. Non semplice rendere viva in una dozzina di ore la galleria di volti, superpoteri, corpi e personalità dello Z-Team, la squadra di ex cattivi da quattro soldi riformati da Blonde Blazer: il gioco, però, ci prova. Lo fa grazie a frasi sparute, ma bene ancorate e casting impeccabile di voci (tra cui l’Aaron Paul di Breaking Bad, proprio Robert) che si appoggia, eppure simultaneamente tenta di ledere una varietà di cliché.
C’è Malevola, diavolessa che è difficile non accostare alla Karlach di Baldur’s Gate 3: una montagna di cosce, braccia e tenerezza. Prism, pop star degna degli incubi o dei sogni di Black Mirror grazie alle sue capacità di generare avatar di sé stessa. Coupé, sinuosa e languida esperta di coltelli o, meglio, schegge di vetro. Flambé, Torcia Umana depravata che ha un suo legame pregresso con Robert. Golem, impiastro di argilla che si espande e contrae, troppo emotivo per il suo stesso bene. Punch Up, irlandese dalla parlantina veloce specializzato in pugni nelle parti basse. Sonar, il pipistrello tanto infantile quanto sveglio. Waterboy, mingherlino e impacciato, che vomita acqua ed è assegnato alle pulizie. Phenomaman, fidanzato di Blonde Blazer quando lo conosciamo, alieno ovviamente debitore di Superman ma incline alla depressione. C’è Chase, alias Track Star, supereroe capace di manipolare tempo e velocità anziano solo nell’aspetto perché usare i suoi poteri ne consuma il corpo.
Nota a margine. Nel primo episodio, proprio Blonde Blazer specifica l’importanza della diversity per l’intero ufficio e qui Dispatch si sforza molto con un ensemble che tocca, su tutto, la salute mentale ma (come spesso accade) potrebbe fare meglio sui corpi e sugli orientamenti romantici/sessuali.
La scelta di Robert tra giallo e nero
Infine, c’è Invisigal. La ragazzina dal look anni Novanta che non è una ragazzina, connotata dall’atteggiamento acerbo, sgarbato, strafottente. E il cui potere, dentro e fuor di metafora, è un’invisibilità che costa il respiro: sparisce, letteralmente, solo se trattiene il fiato. Il che è problema, per una donna asmatica. Proprio sul corpo di Invisigal si gioca gran parte della partita di scelte di Dispatch, perché, in maniera forse poco originale, Robert si trova quasi subito a decidere la maniera in cui gestirla: se distaccata, antipatica, tollerante o calorosa fino al punto di instaurare con lei il legame più potente del gioco, lo stesso che condiziona il finale e può sbocciare in una grande amicizia, un importante tutoraggio, oppure un amore vero e proprio. L’alternativa per Robert è (ma non mi dire!) proprio Blonde Blazer.

