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Don’t Buy into Occupation, chi c’è dietro ai soldi europei per l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi

di webmaster | Gen 8, 2026 | Tecnologia


Qualsiasi attività economica può esistere se qualcuno la finanzia. E quel qualcuno sono le banche, che erogano prestiti e sottoscrivono obbligazioni, e gli investitori che acquistano azioni e bond. L’occupazione dei territori palestinesi e lo sterminio del loro popolo non fanno eccezione. Perché “non sarebbero stati possibili senza il sostegno incrollabile di un’ampia rete di attori pubblici e privati”, scrive la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, Francesca Albanese, nella prefazione a un rapporto che di questi “attori pubblici e privati” fa nomi e cognomi. Si intitola Don’t Buy into Occupation ed è frutto del lavoro di 25 organizzazioni della società civile palestinesi ed europee. La quinta edizione, pubblicata il 25 novembre 2025, fa sapere che 1.115 istituti finanziari europei risultano esposti verso 104 aziende coinvolte nel mantenimento dell’occupazione dei territori palestinesi e nella perpetrazione del genocidio.

Come si finanzia l’occupazione

Centinaia di miliardi a chi occupa illegalmente i territori palestinesi

Sbrogliando un fitto intreccio di relazioni finanziarie, il rapporto arriva a dire che questi 1.115 soggetti hanno fornito complessivamente 310 miliardi di dollari, sotto forma di prestiti e sottoscrizioni, alle 104 aziende che operano in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Tutto questo tra gennaio 2023 e agosto 2025. Il 31 agosto 2025 gli investitori europei detenevano 1.503 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni di tali società.

Banche e società finanziarie legate a chi favorisce l’oppressione del popolo palestinese

Leggendoli così, possono sembrare dati astratti. Ma gli istituti finanziari menzionati da Don’t Buy into Occupation sono gli stessi ci forniscono conti correnti bancari, carte di credito, polizze assicurative, fondi pensione. La classifica delle banche europee (47 in tutto) vede sul podio la francese BNP Paribas (con 41,5 miliardi di dollari tra prestiti e sottoscrizioni), la tedesca Deutsche Bank (38,3 miliardi) e la britannica Barclays (30,6 miliardi). Cinque le italiane: Unicredit (9 miliardi), Intesa Sanpaolo (3,5 miliardi), Banco BPM (836 milioni), Mediobanca (701 milioni), Bper (578 milioni).

A dominare la graduatoria dei cento maggiori investitori europei è invece il celebre Fondo sovrano norvegese (Government Pension Fund Global) che detiene oltre 195 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni delle 104 società. Seguono, a distanza, la francese Crédit Agricole (111 miliardi) e la britannica Legal & General (96 miliardi). L’unica italiana nella prima metà della classifica è – di nuovo – Intesa Sanpaolo (ventisettesima con quasi 12 miliardi). Molto più in basso ci si imbatte in Anima, Azimut, Assicurazioni Generali, Banco Mediolanum, Compagnia Investimenti e Sviluppo.

Come leggere i dati di Don’t buy into occupation

Per capire i dati di Don’t Buy into Occupation occorre una precisazione. Quando si parla di 310 miliardi di dollari da parte delle banche e 1.503 da parte degli investitori, ciò non significa che questi soldi abbiano finanziato esclusivamente le attività in Palestina. Nella maggior parte dei casi, chi investe in un’azienda la sostiene per scopi generali.

Ma resta il fatto che svariati trattati sui diritti umani (tra cui le Convenzioni di Ginevra, i Regolamenti dell’Aia, la Convenzione Onu del 1948 sul genocidio) dicono a chiare lettere che imprese e società finanziarie devono garantire che le loro attività non contribuiscano – neppure indirettamente – a violazioni gravi del diritto internazionale. E quando il loro denaro, i loro servizi o i loro prodotti risultano collegati a occupazione, apartheid o genocidio, sono tenute a intervenire. Il che significa interrompere i rapporti, esercitare pressione sui clienti, condurre verifiche rafforzate e, se necessario, disinvestire.

C’è chi dice no: aziende e società finanziarie che si sono dissociate

Quella di disinvestire non è poi un’ipotesi così estrema. Lo dimostrano tutte le aziende e le società finanziarie che lo hanno fatto nel corso del 2025, dopo mesi di stragi quotidiane di civili nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Microsoft, Alstrom, eDreams e Maersk hanno accantonato – almeno parzialmente – alcune attività che avallavano i crimini di Israele. Lo stesso Fondo pensione norvegese ha ritirato i propri investimenti da 28 aziende israeliane e ha disinvestito 2 miliardi di dollari anche dalla statunitense Caterpillar, incapace di garantire che i suoi prodotti non fossero usati per violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario. Don’t Buy into Occupation cita molti altri fondi pensione (e non solo) che si sono mossi in questa direzione. Dimostrando che, in fondo, è questione di volontà.

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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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