Dopo cinque anni di tentativi, è arrivato il sì dell’Unesco alla cucina italiana. Sentire quell’adopted, non cambia solo la percezione internazionale di una cultura, cambia il modo in cui quella cultura guarda sé stessa. Ed è ciò che è accaduto con l’ingresso della cucina italiana nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità: un riconoscimento che rende ancora di più l’abitudine quotidiana del cucinare, sedersi a tavola e condividere, un atto di identità collettiva.
Ma ciò che è ancora più sorprendente è che il riconoscimento non riguarda una ricetta, un ingrediente o un piatto simbolo, ma il modo in cui gli italiani vivono il cibo come relazione, memoria e rito condiviso. Per la prima volta nella storia, quindi, una cucina nella sua interezza è stata riconosciuta come patrimonio culturale.
“Questa candidatura è sempre stata, prima di tutto, una candidatura sociale”, racconta Maddalena Fossati, direttore de La Cucina Italiana e presidente del Comitato promotore. “La tavola è il nostro luogo naturale di accoglienza, dove sono tutti invitati. Il nostro dossier dice proprio questo: siamo un mosaico di diversità che diventa una cosa sola”.
Un racconto collettivo che diventa patrimonio
La forza della candidatura, dice Fossati, è stata proprio la capacità di riflettere una verità semplice e allo stesso tempo sfuggita per decenni: la cucina, in Italia, è cultura. È identità, un collante sociale, e il riconoscimento Unesco lo ha finalmente reso evidente.
Il percorso è stato complesso, segnato da anni di dossier, revisioni, valutazioni tecniche e un sostegno istituzionale consolidatosi nel tempo. Ma soprattutto è stato un percorso alimentato da comunità, cuoche e cuochi, associazioni, cittadini, studiosi, e, come tutte le conquiste collettive, ciò che resta, oltre all’entusiasmo, è una nuova consapevolezza diffusa.
“Questo riconoscimento è una carezza alla nostra autostima – confida Fossati –. Quando dai valore a un atto quotidiano come cucinare, improvvisamente lo fai in un modo diverso, cambia proprio il percepito“.
Nuove strategie di promozione internazionale
Con lo status Unesco, la cucina italiana non diventa un marchio, ma un linguaggio culturale da portare nel mondo con una responsabilità nuova. “Ora vorrei aprire tavoli di ragionamento su come lavorare sulla nostra identità culinaria nel mondo”, spiega Fossati. Una vera e propria rete di dialogo che coinvolga anche le comunità italiane all’estero, istituzioni, giovai professionisti, studiosi, e anche chi ama la cucina italiana da fuori.
Una cucina che, proprio perché inclusiva e porosa, diventa un punto di partenza per conversazioni internazionali più ampie: sostenibilità, educazione alimentare, biodiversità, filiere locali, innovazione. Del resto, “la cucina italiana è come una spugna che assorbe influenze, le rielabora e le restituisce. Non meglio, non peggio, ma con un valore identitario unico”.
La tutela del patrimonio alimentare dal quotidiano alle politiche educative
Il riconoscimento Unesco porta con sé la responsabilità di tutelare ciò che è stato candidato. Per Fossati questo significa guardare alla cucina come un patrimonio di relazioni e competenze, non solo come a un insieme di ricette. “L’Unesco chiede azioni di salvaguardia dell’elemento riconosciuto come patrimonio, il che significa che non è finita qui”, sottolinea.


