Edison – L’uomo che illuminò il mondo trasforma i grandi inventori in startupper


Leggendo il passato alla luce del presente il film ci racconta le dinamiche – emotive e tecnologiche – con cui le grandi innovazioni si impongono sul mercato. Dal 18 luglio in sala

La forzatura è chiara: inventori, ingegneri ed imprenditori di fine ‘800 sono raccontati come startupper e innovatori dell’era digitale. Per essere ancora più precisi, sono raccontati come il cinema ha iniziato a raccontare gli innovatori e i grandi imprenditori dell’era digitale con film come The Social Network o Jobs. E per evitare qualsiasi fraintendimento, per essere certi che fino all’ultimo spettatore di Edison – L’uomo che illuminò il mondo capisca l’analogia, già nelle prime scene Thomas Edison viene definito come “il mago di Menlo Park” per via dei suoi laboratori localizzati lì, e la definizione non può non far pensare al Menlo Park dove ha sede Facebook.

Dunque la storia di come Thomas Edison e George Westinghouse hanno lottato per imporre la propria tecnologia, come lo standard per l’elettrificazione della nazione diventa una storia di imprenditori e innovatori che si fregano a vicenda, urlano nei corridoi e si insultano. Di fatto la sceneggiatura di Michael Mitnick trasforma il passato alla luce dell’oggi, puntando sui protagonisti una luce che li illumina come più litigiosi e ragazzini di quel che non fossero, di fatto startupper. Non a caso l’attacco è proprio con Thomas Edison in cerca di fondi presso le grandi banche, venture capitalists ante litteram.

Ed è corretto, anche se una forzatura. L’elettrificazione è l’alba dell’era digitale e con essa condivide molti tratti in comune, soprattutto la lotta per l’imposizione di uno standard. La corrente alternata di Westinghouse, più potente e capace di essere trasportata più lontano a costi minori, e quella continua di Edison, più sicura e innocua per l’uomo. Ancora di più Edison – L’uomo che illuminò il mondo (che in originale si intitola più coerentemente The Current War) mette genio contro imprenditore, la parte creativa dell’innovazione contro quella necessariamente imprenditoriale. L’idea migliore contro quella più pratica ed economicamente efficiente. L’essenza stessa dello scontro tecnologico.

Con tutti i limiti di Alfonso Gomez-Rejon e la sua messa in scena esagerata, ma anche con tutti i pregi di Benedict Cumberbatch (sempre vispo) e Michael Shannon (immenso nella sua immobilità), il film ha il suo vero apice quando finalmente riesce a far incontrare i due protagonisti, mettendo a confronto non solo due caratteri ma soprattutto due recitazioni. Edison, cioè Cumberbatch, parla e inonda di parole svelte e intelligenti la conversazione mentre George Westinghouse, cioè Shannon, sta in silenzio e usa solo le poche parole necessarie senza per questo dire meno. È il momento che suggella il culmine di una storia che tenta di dare conto dei meccanismi attraverso i quali si concretizza il mutamento tecnologico di una società, le tante strade che è possibile prendere e come alla fine una sola possa imporre se stessa.

Edison – L’uomo che illuminò il mondo ha inoltre il pregio di affiancare alla consueta spettacolarizzazione hollywoodiana una buona dose di coerenza nel mettere in scena la lotta per la supremazia tecnologica, facendo un buon lavoro nel tenere sempre vispo anche il terzo, clamoroso, nome: Nikola Tesla. Il genio dell’elettromagnetismo, per poco anche lui coinvolto nella lotta per l’elettrificazione ma troppo distante da modelli sostenibili, imprenditori fiduciosi, tempistiche accettabili e tutto ciò che tiene un’innovazione in gioco, sembra non appartenere a questa storia e invece ne è il necessario terzo polo. C’è il genio, c’è l’imprenditore e c’è l’intelligenza fuori dal suo tempo.

L’unico errore del film, probabilmente intenzionale, è nel finale quando non resiste alla perversa tentazione di associare il genio di Edison anche al cinema, uscendo dai confini del film per creare un ponte che sa di autocelebrazione. È sì vero che Edison ha aggiunto un tassello fondamentale all’invenzione del cinema con il kinetoscopio (portando avanti l’idea centrale di Muybridge), ma il film lascia intendere con le immagini che sia lui l’inventore del cinema come lo conosciamo, cioè della fruizione in sala, quando invece l’apparecchio da lui inventato era pensato per una fruizione singola, solitaria. Sono i Lumière semmai ad aver immaginato per primi il cinema come esperienza collettiva.

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