Elden Ring: la lotta, spietata, per la libertà



Da Wired.it :

Nel caso tutto questo dovesse ricordarvi una storia già sentita, sappiate che è solo l’inizio. Un inizio del cui evolversi, in queste righe, non si dirà, perché di più, in Elden Ring, non si dice, men che meno sfruttando il facile escamotage delle cut-scene. No, non ci sono cut-scene esplicative nella vita vera e non ce ne sono nell’opera di Miyazaki e Martin, il cui intreccio va appreso e compreso solo vivendolo a modo proprio. Anzi, solo morendoci a modo proprio, come impongono tradizione ed etica di FromSoftware.

Esatto, “a modo proprio”, perché come anticipato, Elden Ring è un open world, il primo firmato Miyazaki. E non è un dettaglio. Conviene a questo punto un breve excursus: tutti i giochi di FromSoftware, ed Elden Ring non ne è che il distillato più abbondante, hanno un’aura sacrale, tanto trasudano essenza dell’atto stesso di videogiocare. Non è perché siano sommamente difficili, questo è “accidentale” avrebbe detto Hannibal Lecter con un sogghigno; no, i giochi di FromSoftware, ed Elden Ring lo ribadisce anche nel suo inedito imbastardimento con l’approccio di un mondo aperto, rappresentano l’anima dell’esperienza ludica senza fronzoli (cut-scene comprese).

La storia c’è, ma occorre faticare per godersela. Bisogna cercarla, sacrificarsi (appunto), per apprezzarla. I personaggi non giocanti qui giocano eccome. E il loro divertimento è spaccarvi le ossa nel modo più credibile e fisicamente verosimile possiate immaginare. È a dialogare per finta che non pensano nemmeno. Perché i giochi di FromSoftware, ed Elden Ring ne è lo spirito cristallizzato, sono simulazioni così ben concentrate su pochi ma importantissimi aspetti, da essere più veri del vero. Come i replicanti di Blade Runner.

Il bestiario di Elden Ring è fra i più vari e spaventosi a memoria di videogiocatore (immagine: FromSoftware/Bandai Nacmo)



[Fonte Wired.it]