I dati, in realtà, non sorprendono chi conosce le cose del clima: l’attenzione mediatica ha fatto finire il sistema produttivo sotto la lente di ingrandimento di pubblico e legislatore, facendone il principale destinatario delle azioni di mitigazione. Certo, osserva il think tank, “la sfida di una ripresa industriale green resta quanto mai centrale per il futuro competitivo e a zero emissioni dell’Italia”. Significa che quanto ottenuto non basta.
Peraltro l’incertezza non giova. Molte grandi aziende e parecchie pmi hanno già investito cifre importanti nella transizione, convinte che la politica fosse ormai avviata su quella strada senza possibilità di ripensamenti. Invece il vento è cambiato, anche in Europa: e se le prime appaiono ancora strategicamente convinte di quanto fatto, le seconde cominciano a pensare che forse era possibile tirare a campare qualche altro anno.
Un quadro complessivo in miglioramento
Nonostante tutto – e nonostante l’esito – la Cop30 di Belém ha mostrato come, sulla via della transizione energetica, una coalizione di ottanta Paesi volenterosi guidati dalla Colombia potrebbe prendersi la responsabilità di allungare il passo, anche se lo scenario internazionale è frastagliato.
Non c’è l’Italia: in Brasile non era tra i sostenitori della cosiddetta roadmap, la tabella di marcia per l’abbandono delle fonti fossili.
Nella Penisola, però, e seppur insufficienti, i progressi ci sono stati. Segno che a volte la politica coccola il proprio elettorato con parole e proclami per garantirsi sopravvivenza e consensi, ma nei fatti agisce in modo più ragionevole. Nel 2024 le emissioni in Italia sono state pari a 376 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, -28% rispetto al 1990: per rispettare la traiettoria europea al 2030 servirebbe, però, una riduzione pari a quasi il -50%. Siamo al di sotto della media continentale, che registra un taglio delle emissioni di quasi il -40%, e di quanto fatto (per esempio) da paesi come Francia e Germania.


