Facebook, neanche 5 miliardi di multa sono sufficienti?


La sanzione per la gestione dei dati personali nel caso Cambridge Analytica è stata bollata come un “regalo di Natale” anticipato a Mark Zuckerberg. Perché?

One hundred cardboard cutouts of Facebook founder and CEO Mark Zuckerberg stand outside the US Capitol in Washington, DC, April 10, 2018. – Advocacy group Avaaz is calling attention to what the groups says are hundreds of millions of fake accounts still spreading disinformation on Facebook. (Photo by SAUL LOEB / AFP) (Photo credit should read SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

In attesa del via libera da parte del Dipartimento di giustizia statunitense, la multa da cinque miliardi di dollari a Facebook fa già discutere. Erogata dalla Federal trade commission (Ftc), l’agenzia del governo americano posta a garanzia del consumatore e del mercato, la misura giunge al termine di un’indagine iniziata nel 2018 con il caso Cambridge Analytica, nel quale un’azienda britannica aveva acquisito i dati di oltre 50 milioni di utenti del social network nel tentativo di condizionarne l’opinione politica.

Oggi però alcuni commentatori credono che la sanzione sia troppo modesta, anche se la Ftc ha chiarito che è la massima permessa dalla legge, nonché la più alta mai disposta nei confronti di un’azienda tecnologica.

La sanzione

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e dal Washington Post, la sanzione è stata approvata con tre voti favorevoli e due contrari, rispettivamente del partito repubblicano e del partito democratico. Alla base della decisione, il fatto che nel 2012 Facebook aveva assicurato proprio alla Ftc che avrebbe meglio protetto i dati degli utenti.

Aspettativa evidentemente disattesa, come ha dimostrato l’inchiesta internazionale che ha rivelato l’acquisizione impropria delle informazioni private di cinquanta milioni di account da parte di Cambridge Analytica, società di consulenza e strategia politica votata alla vittoria di Donald Trump nelle presidenziali del 2016, nonché a quella della Brexit nel referendum britannico sulla permanenza nell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato dal Guardian, è proprio sulla sentenza consensuale del 2012 che si è concentrata l’indagine della Ftc. E cinque miliardi era anche la pena massima attesa da Facebook, che ad aprile aveva rivelato di aspettarsi una misura compresa tra i tre e i cinque miliardi di dollari.

Multa o favore?

“Non è una multa, è un favore a Facebook, un biglietto per il parcheggio che assicura loro che potranno condurre una sorveglianza ancora più illegale e invasiva”, ha commentato al Guardian Matt Stoller, membro dell’Open Market Institute, che è specializzato nello studio dei mercati monopolistici: “Il Congresso dovrebbe iniziare a definanziare la Ftc e spostare quel denaro ad autorità statali come Karl Racine, che crede nell’applicazione della legge”. Il riferimento è al procuratore generale di Washington dc, attualmente impegnato in una causa contro Facebook proprio per il caso Cambridge Analytica.

Di simile avviso sono i parlamentari democratici. David Cicilline, sottosegretario dell’Antitrust, ha commentato su Twitter: “La Ftc ha appena fatto un regalo di Natale a Facebook con cinque mesi di anticipo. È molto deludente che un’azienda così potente, che si è resa responsabile di una condotta così grave, stia ricevendo un buffetto (in inglese: uno schiaffo al polso, ndr)”.

Il precedente

All’epoca del primo, disatteso, accordo con la Ftc, Facebook superava il primo miliardo di account. Oggi, a sette anni di distanza, il social network annovera circa 2,3 miliardi di utenti al mese e solo nel primo trimestre del 2019 ha dichiarato di aver fatturato quindici miliardi di dollari (poco più di tredici miliardi di euro).

Scenario di fronte al quale “è necessario che il Congresso agisca”, dal momento che “l’Ftc appare riluttante o incapace a mettere in campo dei ragionevoli guardarail” per arginare l’abuso di dati, ha commentato il senatore della Virginia Mark R Warner: “Date le reiterate violazioni della privacy di Facebook, è ormai chiara la necessità di di creare delle fondamentali riforme strutturali”.

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