Cosa sarà della fisica negli anni a venire? A questa domanda complessa e delicata hanno provato a rispondere, nel corso dell’incontro Physics for the Future, organizzato dall’Ambasciata britannica a Roma, due pesi massimi della scienza, l’italiano Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica 2021, e il britannico Mark Thomson, che da gennaio sarà direttore generale del Cern di Ginevra. Due i grandi temi emersi dalla conversazione con i luminari: la costruzione del Future Circular Collider, l’enorme successore del Large Hadron Collider (l’acceleratore di particelle che ha permesso l’individuazione sperimentale del bosone di Higgs) e la necessità di replicare il “modello Cern”, eccellenza di cooperazione oltre che scientifica, anche per l’intelligenza artificiale, per far sì che l’Europa resti “agganciata” alla corsa di Stati Uniti e Cina.
Il Cern oltre la fisica: un modello di pace
Per capire dove sta andando la fisica, Thomson ha esordito raccontando ciò che il Cern (finora guidato dall’italiana Fabiola Gianotti) rappresenta oggi. Come anticipavamo, è l’impianto che ha promesso di scoprire il bosone di Higgs – “una delle scoperte più importanti della fisica degli ultimi cinquant’anni”, ha detto Thomson – e un imponente laboratorio che accelera i protoni al 99,9% della velocità della luce. Ma è anche molto di più. È un miracolo diplomatico, possibile solo grazie alla cooperazione. “Sarò di parte nel dirlo, ma il Cern – spiega Thomson – è il gold standard della collaborazione internazionale. In un’epoca di frammentazione e incertezza geopolitica, il laboratorio rimane uno dei pochi luoghi dove scienziati di nazioni con politiche diverse seguono le stesse regole: in questo senso, fuori da ogni retorica, il Cern è un posto di pace, un luogo dove la collaborazione pacifica è il cuore pulsante e la condizione necessaria per l’attività”. Ed è proprio questa scala collaborativa l’unica via possibile per la scienza moderna: “Se si vogliono costruire strumenti scientifici di una certa portata, bisogna per forza mettersi insieme. Non è possibile farlo da soli”.
Verso il 2040: il sogno del Future Circular Collider
La sfida più imminente (e più ambiziosa) per la comunità dei ha un nome e un acronimo, Future Circular Collider (Fcc). Si tratta, come vi abbiamo raccontato in passato, di un nuovo enorme acceleratore con una circonferenza di 90 chilometri, destinato a prendere il testimone dell’attuale Large Hadron Collider (che, giusto per comparazione, ha una circonferenza di 27 chilometri). “C’è un consenso scientifico sempre più ampio alla sua costruzione, frutto di un processo democratico in cui la comunità scientifica sta decidendo del proprio futuro remoto – ha spiegato Thomson – È un progetto enorme e bellissimo, che comporterà sfide scientifiche e ingegneristiche senza precedenti e uno sforzo economico importante”, stimato oggi in 20 miliardi di euro. Il momento della verità arriverà presto: il prossimo passo, previsto per il 2028, sarà trovare l’accordo con gli stati membri per il finanziamento; se tutto va bene, l’acceleratore potrebbe vedere la luce negli anni Quaranta. Anche Parisi, che ha ricordato i suoi inizi ai laboratori di Frascati (dove all’epoca sorgeva il secondo acceleratore più grande al mondo), si è detto d’accordo, confermando che l’Fcc rappresenta un’evoluzione naturale e importante nella fisica delle particelle.
La proposta di Parisi: un “modello Cern” per l’intelligenza artificiale
Se la fisica delle particelle ha la sua cattedrale a Ginevra, l’intelligenza artificiale è ancora alla ricerca di una casa comune in Europa. Parisi, in questo senso, ha lanciato un appello chiaro, definendosi “attivista” per la creazione di un istituto simile al Cern ma dedicato all’intelligenza artificiale. “Al momento – ha spiegato il Nobel – l’Europa non è comparabile alla Cina e agli Stati Uniti in termini di sviluppo dell’intelligenza artificiale”, e il rischio è che questa tecnologia resti appannaggio sempre più esclusivo delle big tech private: “Ci serve un luogo dove si possa produrre codice condivisibile, comprensibile e utilizzabile: non si tratta tanto di costruire hardware, campo in cui l’Europa già eccelle – penso per esempio al supercomputer europeo Leonardo – quanto di costruire capitale umano”. A proposito dell’importanza del capitale umano e della collaborazione, lo scienziato ha ricordato che “il luogo più importante del Cern è la mensa: non perché il cibo sia eccezionale, ma perché lì gli scienziati chiacchierano tra loro, lì avvengono le discussioni più interessanti e stimolanti, lì nascono le idee”. L’Europa ha bisogno di una mensa per l’intelligenza artificiale: un luogo dove esperti e governo possano collaborare, formando persone che poi possano portare competenze e creare un ciclo di valore per le aziende europee.
Il ruolo sociale della fisica (e della scienza)
Gli esperti hanno poi allargato lo sguardo al rapporto tra scienza e società: Parisi, in particolare, ha evidenziato la crescente sfiducia nella scienza da parte del pubblico, “probabilmente anche a causa dello scenario geopolitico, sanitario e ambientale, che ha reso le persone più pessimiste e più inclini a ‘incolpare’ la scienza e gli scienziati”. La risposta, secondo entrambi, dovrebbe essere quella di ribadire l’utilità pratica della scienza di base, anche nei casi in cui non è immediatamente intellegibile dove ci porterà: “Senza la teoria della relatività non avremmo i Gps”, ha detto Thomson, “e senza la fisica non avremmo compreso il riscaldamento globale”, gli ha fatto eco Parisi. “Dobbiamo tornare a far capire che in realtà ci servono più scienziati, per agire subito contro il cambiamento climatico o per fronteggiare malattie che potrebbero venire dai nuovi inquinanti. La scienza resta ancora l’unico modo onesto di interpretare il mondo”.



